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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
IO RICORDO
post pubblicato in diario, il 19 gennaio 2011






Stamane a scuola ho visto Io ricordo, il film-documentario di Ruggero Gabbai. Mi sono accostata con scetticismo. Per una siciliana temere la retorica che si annida nei tentativi, veri o presunti, di rappresentare la mafia, è quasi fisiologico. A partire dal dialetto improbabile che sovente si mette in bocca agli attori, fino all’esaltazione di tutti gli stereotipi della sicilianità. Anche nella ricostruzione più rigorosa e libera da strumentalizzazioni, il romanzesco e gli schematismi sono in agguato e fanno il loro lavoro in modo egregio. 
Filtrano ingiustificatamente o enfatizzano. E sottraggono verità.
Ebbene, Io ricordo mi ha spiazzato. ll collage di testimonianze, perché questo è essenzialmente il film, che non cade mai in tentazioni epiche se non in brevi tratti e in modo veniale, compie il piccolo prodigio di fare uscire dalla sala con una consapevolezza dell’appartenenza rinnovata.
Da qualche parte c’era e c’è una porzione di strada insanguinata su cui anche chi guarda avrebbe potuto o potrebbe finire i suoi giorni ( io stessa, a quel tempo docente alla scuola media di Capaci, sono passata sul tritolo destinato a Falcone poche ore prima che esplodesse). 
L’appartenenza all’orrore ma anche al suo riscatto. Si esce udendo scricchiolare il nichilismo impresso nel DNA da siciliano espropriato, come se il sentirsi debitore nei confronti dell’olocausto si sia trasformato in una smania d’agire. Non potendo e non volendo sottrarsi allo scempio partecipato da figli, madri, padri, fratelli, sorelle, attraverso frammenti di testimonianza ben lontani dal manierismo di politici e amministratori al cui parlare vuoto troppo spesso è stato consegnato il compito del ricordare.
E’ un carosello tragico di rabbia e speranza, indignazione e perdono, volontà e impotenza,
Sono mani che disegnano l’aria quando la parola vacilla, occhi che scavano nelle macerie di pochi attimi e nei fantasmi d’una vita, voci incrinate, talvolta, per un’impotenza del pudore che vorrebbe controllarle, sorrisi che irrompono nel buio nonostante una tragedia appena pronunciata.
Sono ripercorsi autentici, tentativi faticosi di trasmettere con poche parole i costi, anche privati, di quelle sottrazioni violente. Lo sforzo d’afferrare, prima di tutto dentro di sé, in una sorta di ripiegamento dolente e mai furioso, le ultime immagini, le parole salienti, i testamenti morali. Il desiderio di condensare un’eredità dolorosa, incisa nel sangue, in un’istantanea della memoria, ancora così palpitante, nonostante gli anni abbiano ingiallito molti dei contributi filmati inseriti qua e là da un montaggio sapiente ma scevro dalle solite astuzie .

Chinnici
Francese
La Torre
Rizzo
Montana
Cassarà
Terranova
Costa
Giuliano
Impastato
Falcone
Borsellino

Non sono che i cognomi affioranti senza sforzo, una piccola punta d’un grande iceberg. Un minuscolo drappello d’un esercito sconfinato di morti ammazzati. Più di 700.
Non 700 nomi, 700 persone. Lo si sapeva anche prima. Dopo il film lo si sa un po’ di più. Talvolta occorre essere scossi dal torpore d’una normalità straordinaria. Perchè, se è vero, come dice Dario Montana,che la lotta alla mafia l’hanno fatta e la fanno soprattutto i siciliani, è altrettanto vero che c’è, in noi nati sotto un sole spesso inclemente e con gli occhi immersi dentro colori violenti anch’essi, un’inclinazione a storicizzare anzitempo, per allontanare un po’ un orrore che non di rado rende impotenti e il cui risarcimento è minacciato frequentemente da un fatalismo atavico e inesorabile.
Tornando in classe ho rassicurato i miei alunni (d’una prima superiore), già rapiti dall’urgenza d’una ricreazione imminente, promettendo che non avrei sottratto del tempo con riflessioni astruse sull’argomento, che non avrei scomodato la storia, né l’educazione civica né nessun'altra disciplina.
Ho chiesto loro di sentirsi, nei cinque minuti che mancavano al suono della campanella, semplicemente un naso, due orecchie, due gambe. Un corpo proiettato a fiutare l’odore di quel sangue, a sentire il rumore che fa un inferno apparecchiato, a percepire il ritmo di passi inconsapevolmente diretti verso la morte.
Questo soltanto, perché a volte l’educazione alla legalità passa prima di tutto dalle budella e dalle tempie.
Alcuni, allora, hanno sgranato un po’ gli occhi. Tutti, nel poco tempo che restava, hanno fatto silenzio.
E questo, per dei ragazzi difficili e per un quartiere ad alta densità mafiosa, non è un miracolo ma ci somiglia.




Il 19 gennaio 1940 nasceva Paolo Borsellino. A lui, il mio grazie.











permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 19/1/2011 alle 15:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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