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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
UN TEMPO ALTROVE
post pubblicato in amore ed eros, il 3 febbraio 2011













Fica, cazzo, cazzo, fica, fica. Li va enumerando, persona dopo persona, con scansione di tacchi sul marciapiede. Al di là di come sia vestito, ognuno è portatore d’un buco o d’una protuberanza. Pensandoci, trova la differenza ridicola. Un vuoto e un pieno, complementari non più di viti e bulloni.
C’è la tipa, ad esempio, con un trench leggero serrato in vita e lo sguardo impermeabile anch’esso. Si muove come su una passerella, con fare studiato. Forse si esercita davanti allo specchio. Deve avere un vuoto intirizzito, dai bordi asfittici e, a giudicare dal passo esposto al vento, le piace così. Con prova evidente, e non supposta, anche la bocca è intirizzita e asfittica. Di quelle strette e lunghe che quando si aprono sanno già cosa dire e del perché lo facciano non è questione che le riguardi. Dietro di lei, cappotto sartoriale ed occhi spenti, un tale con l’aria da protuberanza apatica che lo ritrae dal mondo, uno con cui parlare è faticosamente inutile. Lo sente nettamente. E’ una questione chimica. Le questioni imponderabili sono sempre chimiche. Davanti ad un quid, atomicamente strutturato, non c’è che da dire va bene, accetto e taccio. Tutte le investigazioni che filosofia, storia, psicanalisi, musica e poesia consentono, di fronte ad una sola molecola d’un elemento chimico, qualunque esso sia dei 118 che offre il pianeta, appaiono evanescenti.
Chimica onnipotente che talvolta orna di foruncoli la fronte, come i fiori, il petto e il crine.
Così il giovane che sta attraversando dal marciapiede opposto. Un’alchimia ormonale non dissimile da un’etichetta scintillante: Prodotto fresco. Scadenza molto al di là da venire. Cosa che le fa presupporre una protuberanza esuberante, acconcia a deflorare l’imene più riottoso. Ogni passo ne denuncia la baldanza, in un incedere che fatica a contenere l’orgoglio negli slip. Non riesce a pensare ad un paio di boxer. Troppo comodi e inadatti all’ostensione. Se c’è un vantaggio nell’immaginare di vestire il mondo è l’insindacabilità. Protuberanze di esclusiva pertinenza dell’immaginatore. Ovvero cazzi della mia fantasia- pensa, con occhi appuntiti. Ha sempre un’espressione aguzza quando le sembra necessario stigmatizzare la propria percezione delle cose.
Per tale ragione, con ragionevole presunzione, decide irrevocabilmente che quel tale indossi gli slip. E che dentro ci sia un cazzo ottimista, di quel tipo d’ottimismo che fruttifica solo sotto i trenta. Dopo, l’esuberanza è spesso irretita da stress socio-emotivi, alle cui tavole rotonde germogliano i veri orgasmi.
C’è una necessità d’abbandono. Di darsi con fede. Qualcosa di simile a quando lo si fa senza preservativo . Ma la maggior parte, questa è la sua impressione, si preserva ovunque e comunque. Sta in campana, dentro condom pervasivi al pari di mute. Gambe, braccia, colli e mani e pensieri. e gesti, come falli bizzarri che complementari creature plurivaginiche soddisfano. Un intrecciarsi senza trama. Uno scambio d’umori.
Un po’ come il tale che avanza, con sciarpa beige sotto una faccia da pianificatore. Non può non avere una protuberanza difesa. Un cazzo q.b. Quasi la pronuncia quell’impressione, se lui sembra voltarsi e guardarla.
Magari vuole confermare la brillantezza circoscritta e veloce della sua appendice. Come gli assalti di quei pensieri che non vanno mai fino in fondo, lasciandole un senso d’insoddisfazione da abbandono improvviso. Pensieri eiaculati precocemente, dentro uno scenario di strada scomposto e casuale.
Un teatro anatomico a cui neanche le cose si sottraggono. Cazzi e fiche di foglie e rami in evidente stato di concupiscenza invernale sospesa.
Falli e vagine d’alberi, di tetti, di auto, di cani e cagne. Un divertisment . Anzi un noioso carosello. Un ronzìo d’api e poco più.
E sopra tutto i suoi occhi. Una coscienza di Zeno, viziata e incoerente, scivolata su un mondo inerte di vuoti e pieni. Intrecci meccanici senza soffio d’anima. Viti e bulloni.
ll resto, tutto quello che di interessante si può concepire, non abita orifizi ed escrescenze, occorre cercarlo in altri luoghi, in cui sia possibile scolpire l’istinto, raccontare le ombre, sfogliare la luce, inverare i sogni. Accendere mondi paralleli.
Ma quella più in voga è l’arte stimolo- risposta. Così le pare.
Consumo e prestazione. Tecniche d’offerta senza dono.
Per l’amore, invece, c’è tempo.
Un tempo altrove. 














permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 3/2/2011 alle 10:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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