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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
CHISSA'
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2014






-Non andrò al mare. Detesto la sabbia. Detesto il caldo.
-Potresti andare al tramonto  e scegliere il mare di scogli- ti ho detto. Ma non era un dire convinto.
-E l'acqua? Io detesto anche quella.
Mi lasci a pensare. Le mie solite convinzioni irragionevoli. "Quelli un po' più intelligenti detestano l'estate". Questo penso, mentre incrocio i tuoi occhi da apolide.
E che farai? - domandano in fondo; ( c'è sempre qualcuno che vuole saperne di più).
"Io posso restare dieci ore a non far nulla"',hai detto. E tutti in classe hanno riso. Anche io. Tu lo facevi solo con le labbra. E stavolta ho pensato qualcosa di ragionevole. " Ecco il vuoto: ridere del nulla". 
Ed é sulla parola nulla che tu hai smesso di ridere. L'hai sentita? Hai sentito il rumore del mio pensiero?
Non c'é niente 
da ridere, lo so. Eppure tu lo fai. Lo fai spesso. Come se ti aggrappassi ad una smorfia che mostra i denti.
Per intimorire la tua vita senza regime, credo.
E chissá se il mio credere, talvolta, ti sfiora l'anima.


Palermo, 10 giugno 2014. Ultimo giorno di scuola
















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L'ATTIMO INERTE
post pubblicato in diario, il 10 febbraio 2014






Ti amo più della strada
Ti amo più degli alberi
Più del palo
Più degli operai
Più del martello
Più della signora che passa
.....


(Rubata ad un bambino per strada. La stava inventando per il padre, credo.
Andava declamandola ad alta voce, guardandosi attorno in cerca di nuovi termini di paragone.
Il padre sospingeva un passeggino, in cui sedeva, con ampio margine di probabilita', il fratello minore.
Lo sospingeva come un automa, sorridendo al poeta senza ascoltare.
Viviamo immersi nel silenzio delle nostre parole. Fin da subito).


                                                                            Palermo, 9 febbraio 2014, ore 11 e un po' di più
                                                                            Piazza Politeama




                                                                          





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DIETRO UN CANCELLO CHIUSO
post pubblicato in diario, il 26 novembre 2013




Le tue parole hanno fatto crac. Come foglie morte sotto i passi. Un rumore distinto eppure anonimo, disperso.
Che differenza può fare un crac? Gli ultimi svolazzi d’un arancio votato al niente. Piroette dissolventi.
Perché una morte di parole è pur sempre una morte. Un vuoto. Un freddo. Un’assenza.
Ma qualcosa testimonia il suono insulso: lo sguardo. Le virgolette peregrine d’un crac amano gli occhi e non le orecchie. E ci si infilano dentro, senza colmarli mai.
Perché una morte di parole è pur sempre una morte. Svuota, insulta, impoverisce. Non raggiunge. Non sana.
Così tu, cadavere predicatore,  resterai con una lingua inutile fra i denti, a rimestare l’aria con giravolte di macabra fierezza , quando l’ultima sillaba giacerà sull' asfalto inerte.
E la tua bocca sarà vuota, di cuore innanzitutto. Pulita e fiera d’un dire che non tesse. D’un abbraccio mai dato. Come vacca smunta.
Perché una morte di parole è senza eredi. E’ un raggio fiacco al confine del gelo, rasente la stagione in cui ogni crac sarà bruciato.
E se provo a intercettare tutta la morte che sei dentro i tuoi suoni, un non so che di triste e sporco m’investe.
Che modo sgangherato d’apparire morenti, hanno i morti viventi.



                                                                      Palermo, prima delle nove e dopo il nulla.




(Dedicato ai docenti che sguainano spade).












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COME ACQUA DI CLESSIDRA
post pubblicato in diario, il 23 maggio 2013







Non importava quanto la tavola fosse lunga. Lo sembrava. Lunga e infinita, come i corridoi d’un tempo fuggito di mano. E in quel punto di convergenza delle memorie, soverchiava il pensiero che fosse fuggito per sempre. Non c’erano più le saette di rosea irriverenza. Ora l’alchimia era data dal rispolvero, dal resoconto. Il più e il meno che ne restavano, all’ ombra del fatto e del detto, nello svasamento ad imbuto dei giochi giocati.
Ma nessuna amarezza. Nessuna. Perché la vita corre con la solita regola dei giorni sottratti con flusso costante. Come acqua di clessidra. Ineludibilmente.
Bastava saperlo.



                                                                                                                          Palermo23 maggio 2013. Ore 03:00






















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GRANDE PIAZZA GRANDE
post pubblicato in diario, il 6 marzo 2013



Il concerto per Lucio Dalla, o forse di Lucio Dalla, mi ha commosso, nel senso proprio del termine.
Mi ha preso con moto che scuote.
C’erano una città coi suoi lieviti, una piazza gremita, un’aria traboccante di note.
C‘erano immagini che raccontavano e un palco veloce, senza troppe parole.
E c’era un invisibile, permeazione inafferrabile e tangibile. Sostanza di cielo e terra, intensa e lirica, divertita e lieve. 
L’invisibile che muove le cose, quando dietro le cose non ci sono cose.
L’invisibile che muove le persone quando dietro a una persona c’è un uomo degno.
Ecco. In fondo mi ha commosso questo. Sentire, nel mare dell’indegnità di questo tempo, la scossa del suo contrario.
E allora: grazie, Lucio.


4/3/2013











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LA SIGNORA SUL PRATO NON AFFONDA
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2012





La signora sul prato non affonda. E’ stata previgente (me lo ha detto personalmente): ha telefonato ad un’amica, è venuta a conoscenza della natura umida dei giardini prospicienti il mare ed ha rinunciato ai tacchi. Zeppe, invece. Sotto un look misurato. Avrà chiesto informazione anche per quello. Ed avrà saputo che ad una serata di beneficenza non conviene l’ostensione di reliquie griffate né il fuoco d’artificio di perle e diamanti (del resto c’è già lo splendore dell’abbronzatura settembrina, perfetta sedimentazione oliospalmata d’una estate generosa). Sobrietà. E lo sanno tutte. Le signore. Sobrietà e misura. Ovvero la via di mezzo. Prendisolini di lino, sete dimesse, borse consuete (quelle di tutti i giorni, griffate e graffiate).
Eppure, da qualche parte, un che di inesploso si avverte. Nelle bocche dischiuse in ovali perfetti al pronunciamento della parola  b e n e f i c e n z a, ad esempio. O nell’arrotondamento sapiente di pensieri e parole.
E’ giusto partecipare…hanno bisogno di tutto (pensiero missionario distratto dal vediamochic’è)
Certe esperienze cambiano la vita…ma io non potrei…faccio il notaio non il chirurgo (espressione osanegarlo)
E’ gente che non ha nulla eppure sorride (sorriso sonosmagliate su abito Armani scivolato)
E’ sorpendente come certi eventi catturino le persone. Una mia amica ha pagato il biglietto pur non potendo venire (sguardo senonègenerositàquesta?, gesto forsemistospettinando)
Tante Maria Goretti, insomma; lievi calpestatrici di prati, suore laiche d’una sera, che riscoprono (con soli 40 euro) il sole della carità. E pazienza se non abbronza.
Eppure, da qualche parte, la vera star della serata armeggia nell’ombra con piatti e posate (sobrie anch’esse: niente stoviglie d’argenteo tintinnio) e un mormorio cantabile l’annuncia. Uno squittire, a stento composto, di dame d’altruistico lignaggio.
E’ lui? E’ lui! Il guru delle cene palermitane d’alto bordo. Lo chef che non deve chiedere mai.
I passi si fanno decisi, quasi come l’impugnatura delle posate. Le file davanti al buffet si compongono e scompongo, scandite dall’impazienza crescente delle acquoline, mentre un chirurgo parla d’una esperienza nel Bangladesh che gli ha cambiato la vita e ne illustra le immagini, che scorrono e riempiono d’un verde più verde il verde del giardino. E’ musica da piano bar. Intrattenimento di sottofondo che non trattiene.
Il chirurgo desiste. Asia-cena: 0-1.
La sensualità dei formaggi, i colori del riso basmati alle verdure, l’aroma del macco di fave, la prepotenza farinacea della pasta, (non c'è nulla di più opulento d'un menu fintopovero),la morbidezza rassicurante dei secondi, la lussuria della panna, il croccante capriccio della granella di mandorla, conditi dal carisma del maestro conditore (mentre afferma di essere maestro del nulla e per apparire più credibile sbaglia un congiuntivo) hanno il sopravvento:
Che siano loro i morti di fame?



                                                                                               Palermo, una sera d'ottobre neonato

















 

 
 











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BOATO
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2012






Magnitudo è una parola seducente; ha il fascino delle bacche velenose dal colore vermiglio, del canto delle sirene. E 4.2 è una grandezza banale.
Ma quando le cose accadono non c’è né fascino né banalità.
Senti un boato che rulla fra orecchie e piedi e vedi che qualcuno già corre impazzito. Tanto presto da sembrare l’untore che sparge calamità. Ma subito dopo gli untori sbucano dappertutto. Troppi per essere convincenti. Sono gli appestati. Le vittime, vere o presunte, di un arbitrio antico. 
E’ il  ventre buio della terra che sfarfalla .
Ti vedo mentre saetti sconvolta ma non riesco a fare altrettanto. Mi limito a lasciare a passi incalzanti l’atrio ma non è conato propellente. E’ trascinamento da rito collettivo (tante volte simulato, invano  perchè solo le cose autentiche danno esiti autentici), in cui la logica di ciò che accade sta nello sciame di folla.
Non è una paura mia quella che mi guida fuori, chè anzi non riesco ad averne.
E’ la paura di tutti. E mentre mi lascio il cancello alla spalle, come sospinta,  vedo le crepe e i dissesti di sempre (testimonianza d'una edilizia pubblica ladra e assassina), solo più minacciosi.
E penso, lo penso distintamente, che non sarebbe il grande ventre a seppellirci come topi, ma piccoli cuori.
Piccoli cuori altrettanto bui.
E vorrei dirtelo. Che corri a fare? Abbiamo gambe stupide, che non scelgono mai strade nuove, salvifiche.
Gambe che credono di essere salve solo per essersi tratte in salvo una volta. 





                                                                                                 Palermo, una mattina di orrido ordinario












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PER CONQUISTARE TROIA
post pubblicato in diario, il 11 gennaio 2012

 

 
 



-Ecco, questo.
-Il cactus??
- Il cactus!
-Ma non le reggerà mai in appartamento! Sono piante da esterni.
-Nemmeno se la stanza è parecchio arieggiata ?
-Nemmeno. Oltre all’aria vogliono sole. Caldo e luce.
-Neanche se c’è una veranda che con un po’ di sole si infuoca, molto più che qui e solo un po’ meno del Sahara?
-Neanche.
- Va bene. Lo prendo.
Mi guardi sbigottito. Lo so ..lo so…sei esterrefatto dalla mia testardaggine. Allora ti sorrido, come per dirti :  Tu non c’entri. Sei stato bravissimo, convincente. La colpa è mia e della mia incoerenza. Non sempre seguo la ragionevolezza delle deduzioni. I miei quindi sono creature singolari. Un blues con le ali del jazz. Ecco. Esemplari mutanti.
- Contenta lei…
Ti sforzi di assumere un’aria indifferente tipo “fatti tuoi” e ci riesci. Bastano pochi minuti ed i tuoi occhi appaiono alleggeriti Ora sei in grado di farti scivolare addosso l’idea che il tuo cactus verrà imprigionato nel mio appartamento. I tuoi occhi me lo dicono chiaro. Non hai più quell' espressione un po’ così, forse perché non sei nato a Genova.Tu sei un palermitano in piena regola. A partire dalla svasatura delle vocali e finendo nell’impossibilità d’ogni  possibilismo. In questa terra, tutt’al più si è fatalisti. Si accettano a spalle alzate e braccia spalancate possibilità inaccettabili.  Il relativismo è troppo impegnativo.
Poi ci sono quelli che... Non è possibilismo. E nemmeno trasgressione. E’ reinterpretazione spaziale. Data una regola, la si dilata un po’, giusto per farvi entrare un cavallo di Troia in miniatura. Ed una volta dentro la cosa è fatta. Usciranno tanti bei microsoldatini che metteranno a ferro e fuoco l’evidenza logica delle cose.
Insomma innamorarsi di un’idea sconveniente è un po' come conquistare Troia.
Certo, tutto ciò non è esente da rischi. Ma esiste qualcosa d’interessante nella vita che non ne comporti?








 








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NULLA DA DICHIARARE
post pubblicato in diario, il 28 dicembre 2011



 



 

 

 
Una foto, stamane.
Una foto antica, sulla parete d’una stanza d’una casa dal profilo di neve.
Appesa in un giorno distratto. Già vista mille volte e mai guardata. 
La madre d’un padre d'un padre; esile dentro l’abito col fiocco della festa. E smarrita davanti al lampo d’effimera eternità. Solo la mano sulla fioriera ha una mollezza sciolta. O forse sono più morbidi gli occhi  che ne cercarno un segno. 
Li avranno intuiti i miei, gli occhi suoi che non sapevano dove guardare? O erano immersi nell’attimo in cui qualcuno avrà detto Ferma così ?
Avrà pensato al domani dell’oggi, precocemente annunciato? O nell’enigma d’un sorriso trattenuto, beffava il mondo e la sua stolta stupidità?
Ho osservato a lungo e il silenzio ha copiato il bianco del cielo; s’è ammantato d’opalescenza sfilacciata.
Ho pensato: Anche una delle mie foto ingiallirà sulla parete d’una stanza d’una casa. Ma io  non avrò occhi smarriti. E a chi mi chiederà con gli occhi, con gli occhi risponderò: Nulla da dichiarare. 
Quando si hanno molte cose da dire, non si ha da dire niente.








 

 

 

 

 

 






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A VOLTE MI SORRIDI
post pubblicato in diario, il 17 novembre 2011

 

 





Oggi è una bella giornata Infatti fuori è grigio. Ma d’un grigio elastico; se lo tiri da un lato, si stinge fino al bianco perla.
I tuoi occhi invece, mio dolce S., sono d’un bel  castano intenso, che contiene. Ci sono sogni nuovi, vicini e afferrabili, e un dolore che viene da lontano e non si lascia leggere. A volte cerca, dal tuo banco di bambino adulto, risposte difficili nel mio castano. Allora pagina dopo pagina lo sfoglio,  guardando le immagini, come nei libri di fiabe.
Le parole sono disperse e se anche ci fossero non avrebbero la forza di spiegare. Troppo vicine alla mente. Troppo lontane dal cuore. 
Non sanno acquetarli, i miei occhi i tuoi. Non sanno dire al chiedere. Ma si mescolano. Iride nell’iride.
Colore nel colore.
E’ un gioco su tavolozza, il nostro. Un’ intesa da pittori.
E quando mi sorridi, la mistura è quella giusta. 
 
 
                                                                                                                            Palermo,16 novembre 2011, ore 13.
 
 
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

 






 


                                                                                       









 












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BUTTERFLY
post pubblicato in diario, il 19 giugno 2011



Fare colazione in una casa al mare, fra un ulivo e un fico.
Sfogliare una rivista ingiallita (12 luglio 2008), di quelle lasciate dentro un cesto a testimoniare che il tempo lavora anche al chiuso e da solo, e leggere questo: Il nuovo National Grand Theater of China, progettato dal francese Paul Andreu, ha un foyer-piazza, con negozi…
Allora la mente arretra e riannoda memorie.
Tante volte a teatro e la prima, indimenticabile, con mio padre; sola con lui (mia madre detesta l’opera e forse detestava anche mio padre).
Il Teatro, un tempio bizzarro in cui fare silenzio per un dio sconosciuto.
La dissonanza delle accordature, pulsazioni aritmiche d’un mistero che collauda il suo sangue, e il segno dell’incipiente svelamento: le luci che si smorzano fino al nero, le voci che scemano in bisbigli, i bisbigli che si fanno respiri e il mio che cerca di arrestarsi, dentro il guscio segreto d’un palco da cui il mondo, diventato invisibile, può essere solo intuito.
E poi la deflagrazione dell’incominciamento, un presto con brio di polsi e tempie. Il velluto rosso che scivola altrove, il suono che diventa fosforescenza d’anima e l’impressione, di dionisiaca essenza, che nulla sarà come prima.
L’intuizione animale dell’arte, la sublime certezza ancestrale che in qualche meandro di quella esplosione ci sia un nutrimento di cui non poter fare a meno. Mai più.
Un molto che colma, tutto d’un fiato. Fino ad una sospensione, inspiegabile, in cui il mondo riprende conoscenza di sé ed io di lui.
-E’ finito!? Ma lei non è morta.
-No, è l’intervallo. Vieni, usciamo un po’.

E poi quella parola, foyer, armoniosa e lieve come un librarsi di farfalla.
-Cos’è il foyer?
-Ora vedrai.

Poteva essere una farfalla, certo, invece era un luogo. Il luogo dove i respiri del buio s’incarnavano nel fruscìo d’abiti. E si dipingevano d’occhi. E di bocche e braccia. E di borsette discrete, con l’unica invadenza di rasi e paillettes.
Che luogo il foyer! C’era da imparare e da scrutare, mentre qualcuno ti scrutava a sua volta. Una meraviglia osmotica, una reazione a catena che poi avrei rintracciato tutte le volte in cui la vita m’avrebbe sorriso.
Ma in un foyer-piazza-mercato, che succede, papà?
L’intreccio di sguardi splenderà di cupidigia d’acquisto, non pensi?Le borsette oscilleranno veloci a caccia d’altre borsette e il ritmo sarà quello d’una tachicardia parossistica. Non si avrà più tempo per immaginare a quale respiro corrisponda un fruscìo, per ripensare un do di petto, per sentire anzitempo nelle budella la lama d’un harakiri o semplicemente per attendere e basta, perché in certi casi l’attesa ha vetrine scintillanti.
Che luogo il foyer-piazza-mercato. Un luogo senza punti esclamativi. Un luogo d’occidente realizzato ad oriente, per comunisti consumisti.
Sorseggio senza avere ancora versato il latte. E’ sempre così: Il disgusto per il mondo mi confonde.
Ma forse questo è proprio ciò che accadrà.
Di qui a poco berremo da tazze vuote.


 

 





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IO RICORDO
post pubblicato in diario, il 19 gennaio 2011






Stamane a scuola ho visto Io ricordo, il film-documentario di Ruggero Gabbai. Mi sono accostata con scetticismo. Per una siciliana temere la retorica che si annida nei tentativi, veri o presunti, di rappresentare la mafia, è quasi fisiologico. A partire dal dialetto improbabile che sovente si mette in bocca agli attori, fino all’esaltazione di tutti gli stereotipi della sicilianità. Anche nella ricostruzione più rigorosa e libera da strumentalizzazioni, il romanzesco e gli schematismi sono in agguato e fanno il loro lavoro in modo egregio. 
Filtrano ingiustificatamente o enfatizzano. E sottraggono verità.
Ebbene, Io ricordo mi ha spiazzato. ll collage di testimonianze, perché questo è essenzialmente il film, che non cade mai in tentazioni epiche se non in brevi tratti e in modo veniale, compie il piccolo prodigio di fare uscire dalla sala con una consapevolezza dell’appartenenza rinnovata.
Da qualche parte c’era e c’è una porzione di strada insanguinata su cui anche chi guarda avrebbe potuto o potrebbe finire i suoi giorni ( io stessa, a quel tempo docente alla scuola media di Capaci, sono passata sul tritolo destinato a Falcone poche ore prima che esplodesse). 
L’appartenenza all’orrore ma anche al suo riscatto. Si esce udendo scricchiolare il nichilismo impresso nel DNA da siciliano espropriato, come se il sentirsi debitore nei confronti dell’olocausto si sia trasformato in una smania d’agire. Non potendo e non volendo sottrarsi allo scempio partecipato da figli, madri, padri, fratelli, sorelle, attraverso frammenti di testimonianza ben lontani dal manierismo di politici e amministratori al cui parlare vuoto troppo spesso è stato consegnato il compito del ricordare.
E’ un carosello tragico di rabbia e speranza, indignazione e perdono, volontà e impotenza,
Sono mani che disegnano l’aria quando la parola vacilla, occhi che scavano nelle macerie di pochi attimi e nei fantasmi d’una vita, voci incrinate, talvolta, per un’impotenza del pudore che vorrebbe controllarle, sorrisi che irrompono nel buio nonostante una tragedia appena pronunciata.
Sono ripercorsi autentici, tentativi faticosi di trasmettere con poche parole i costi, anche privati, di quelle sottrazioni violente. Lo sforzo d’afferrare, prima di tutto dentro di sé, in una sorta di ripiegamento dolente e mai furioso, le ultime immagini, le parole salienti, i testamenti morali. Il desiderio di condensare un’eredità dolorosa, incisa nel sangue, in un’istantanea della memoria, ancora così palpitante, nonostante gli anni abbiano ingiallito molti dei contributi filmati inseriti qua e là da un montaggio sapiente ma scevro dalle solite astuzie .

Chinnici
Francese
La Torre
Rizzo
Montana
Cassarà
Terranova
Costa
Giuliano
Impastato
Falcone
Borsellino

Non sono che i cognomi affioranti senza sforzo, una piccola punta d’un grande iceberg. Un minuscolo drappello d’un esercito sconfinato di morti ammazzati. Più di 700.
Non 700 nomi, 700 persone. Lo si sapeva anche prima. Dopo il film lo si sa un po’ di più. Talvolta occorre essere scossi dal torpore d’una normalità straordinaria. Perchè, se è vero, come dice Dario Montana,che la lotta alla mafia l’hanno fatta e la fanno soprattutto i siciliani, è altrettanto vero che c’è, in noi nati sotto un sole spesso inclemente e con gli occhi immersi dentro colori violenti anch’essi, un’inclinazione a storicizzare anzitempo, per allontanare un po’ un orrore che non di rado rende impotenti e il cui risarcimento è minacciato frequentemente da un fatalismo atavico e inesorabile.
Tornando in classe ho rassicurato i miei alunni (d’una prima superiore), già rapiti dall’urgenza d’una ricreazione imminente, promettendo che non avrei sottratto del tempo con riflessioni astruse sull’argomento, che non avrei scomodato la storia, né l’educazione civica né nessun'altra disciplina.
Ho chiesto loro di sentirsi, nei cinque minuti che mancavano al suono della campanella, semplicemente un naso, due orecchie, due gambe. Un corpo proiettato a fiutare l’odore di quel sangue, a sentire il rumore che fa un inferno apparecchiato, a percepire il ritmo di passi inconsapevolmente diretti verso la morte.
Questo soltanto, perché a volte l’educazione alla legalità passa prima di tutto dalle budella e dalle tempie.
Alcuni, allora, hanno sgranato un po’ gli occhi. Tutti, nel poco tempo che restava, hanno fatto silenzio.
E questo, per dei ragazzi difficili e per un quartiere ad alta densità mafiosa, non è un miracolo ma ci somiglia.




Il 19 gennaio 1940 nasceva Paolo Borsellino. A lui, il mio grazie.











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COME UN CUORE FEROCE
post pubblicato in diario, il 11 dicembre 2010

 






Il locale è piccolo, con tavoli ravvicinati. Il proprietario ama la lirica e John Turturro.
Siamo in quattro. Ma gli altri due a volte non li vedo.Tu parli di cinema come un padre che conosce ogni parola nuova del suo bambino e tutte quelle già dette.
 Su Monicelli ti soffermi. Ricordi La grande guerra e dici Sono tutti morti..Gassman, Sordi, …
 M   o   r   t    i   sembra una parola lieve, capace di scivolare via dalle tue labbra dischiuse come un’ala. Una morte volteggiante. La vedo svolazzare su e giù fra le aragoste di ceramica e la reti da pesca appese sul muro di fronte. L'associo ai movimenti labiali dei pesci. Una creatura di cielo e mare. Un sottrarre voce librando, con rumore d’acqua spietata. Ti immagino morto, che sorridi a te stesso, forse perché so che è  a questo che stai pensando. Alla vita e alla morte. Te lo leggo nello sguardo che sembra liquefarsi in retropensieri, come un artiglio che allenta la presa per un rumore improvviso.
Mi parli di te, attraverso quel congedo alato dal quinto piano di un ospedale. 
S’è arreso per non arrendersi. A volte dobbiamo fare l’opposto di  ciò che abbiamo dentro per essere noi fino in fondo. Dobbiamo appartenere al nostro contrario. Attraversarlo. 
E poi mi racconti della tua scelta, con un’intimità malinconica di parole mute; di quella condizione di libertà sola, del premio/condanna in una città lontana dalla tua. 
Sono nato in questa strada, lo sai, al 43. Ecco lì, al primo piano- Me lo dicevi in auto, sulle note di My foolish heart, prima di entrare qui. Al primo piano di un palazzo di una una strada di una città  che ti pulsa nei ricordi come un cuore feroce.
E  si capiva nettamente che avresti preferito accovacciarti sul marciapiede di fronte al civico 43 e stare lì a ripassare la vita, per tutto il tempo necessario a placare  quella sete strana di te che ti brucia dentro. Un’arsura che non si disseta mai del tutto.
Tu vivi immerso nel tuo negarti, appartenendo allo scomodo delle ragioni, figlio di te e delle tue ombre. Essere padre della tua luce sarebbe stato troppo facile . 
Ed io, inchiodata alla quotidiane conferme del mio errare, madre di me stessa, non mi sono mai sentita così prigioniera.
Voglio diventarmi figlia- ho pensato.
E tornando ho lasciato che i pensieri facessero curve d’unghia e mi graffiassero il cuore.



 



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SGUARDI CHE NON USANO OCCHI
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2010



…sono questioni lontane dal vedere. Sguardi che non usano occhi…
C’è qualcosa di ridicolo in quello che scrivi . Penso a Pessoa naturalmente . A quel ridicolo che in realtà rende ridicolo solo chi se ne astiene
 

“Tutte le lettere d’amore sono
ridicole….
…Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli”

E’ vero che in certe faccende dovremmo tener desto solo il sentire, come clangore di catene spezzate, come serpentina che folgora il passo e ne fa vento. Ma di questo viaggiar senza valigia, prima o poi pesa il non pesare. Già dire ridicolo è superare il segno d’anima e carne, porre confini fra vivere la vita e guardarla. Ma è inevitabile, pare.

“Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole”

Così dice Il poeta e quell’accorgermene è il buco nero che inghiotte la sua.
Qualunque poeta la vita la vive, innanzitutto. Non c’è poesia lontano dalla vita…
Credi? Datemi i mei occhiali- pare sia stata l’ultima frase di Pessoa.
Sull’orlo di quel niente che mai sarà, aveva bisogno di accorgersi, di guardare con gli occhi.
 E neanche quelli gli erano sufficienti.



 


 




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IN UN CIELO CHE IMITA L'INFINITO
post pubblicato in diario, il 2 novembre 2010



Oggi è il tuo giorno, dicono. Nella nostra città, lo sai, c’è persino chi va a pranzare al cimitero. Mescolare il trionfo degli istinti con la loro quiescenza . Pensandoci è plausibile. Anche tu del resto, quell’ultima volta che ci siamo parlati , mentre dicevi che sentivi una voglia di dormire strana, esprimevi un desiderio vitale e me lo inchiodavi negli occhi. Scrittura indelebile dell’inchiostro dei tuoi.
Fino alla fine mi hai bisbigliato la meraviglia delle semplici cose, forse anche dalla fessura vitrea del tuo sguardo, quando, alcune ora dopo, avrebbe cominciato a scegliere altre strade.
La meraviglia d'una tela in riva al mare e quella d’ una chiave inglese che fa tacere un rubinetto mentre si fischia una canzone. L’incanto di storie di gatti inventati, dai nomi buffi, e quello d’un manderino sgusciato da un cestino che solo il tuo piccolo coltello col manico rosso sapeva scolpire nella buccia:
 -Vedi le cose hanno segreti che vanno tirati fuori.
Nessun altro padre li conosceva. Nessun’ altra figlia li avrebbe imparati.
Ed è in quelli che ti ritrovo, anche nella distanza che attenua.
Per questo oggi non verrò a trovarti dove dovrei.
Resto qui, a cercarti in un cielo che imita l’infinito, tentando di carpirgli il segreto della tua dimora.










 



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SCUSI, LEI E' SUPERSTIZIOSO?
post pubblicato in diario, il 27 ottobre 2010




Per noi palermitani la circolazione automobilistica è un fatto secondario. Per tale ragione le strade, eccezione fatta per uno stretto budello, sono destinate al posteggio. Credo sia un’applicazione del principio che sta alla base della famosa rotazione triennale, traslato dai campi bassomedioevali al cemento metropolitano e dal numero tre al quattro (la storia ci ha forgiati pesantemente). 
E pensandoci, il ragionamento è convincente: perché dividere le vie della città in tre parti ( una per gli autoveicoli in movimento ed due per quelli fermi), e non in quattro (una per per gli autoveicoli in movimento e tre per quelli fermi)? 
Detto, fatto. Con evidente consequenziale aumento della posteggiabilità (così come nella rotazione accadde per il raccolto), riservando alla viabilità sempre il summenzionato budello , e identificando, accanto al più classico dei posteggi davanti ai marciapiedi frontistanti, un’area suppletiva di sosta, brevemanontroppo: la doppia fila. Si tratta, e qui sta la genialità, di una creatura duttile, proclive allo sdoppiamento di sè: la doppiadoppia fila.
Ah, se solo l’avessimo brevettata! Ma si sa, siamo un popolo creativo ma disorganizzato. 
Certo manca la rotazione in senso stretto, essendo la parte a maggese (il budello) sempre la stessa, cosa che impedisce la corretta e totale ossigenazione dell’asfalto, che nelle zone di sosta non viene ventilato a sufficienza dal passaggio degli pneumatici( e sottolineo degli). 
Gli addetti al traffico, però, rassicurano: è solo una questione di tempo. Chi va piano va sano e poco gli importa d’andar lontano, specie se ha l’auto e vive a Palermo. 
Ora, a voi sembrerà che io vi voglia parlare del traffico. Niente affatto. Ma la premessa era doverosa per farvi capire l’accaduto che mi è accaduto.
Giorni or sono, guidavo bel bello in un ameno budello, facendo fare all’auto, non me ne vogliano quei due o tre vigili urbani che ancora prestano servizio fuori dai bar, un po’ di piroette non consentite, giusto per far passare il tempo, visto che di spazio ne passava poco. La dislocazione era quella classica appena descritta: alla mia sinistra e alla mia destra, auto in sosta, classica, in doppia fila e  in doppiadoppia fila.
All’improvviso, repentino come una saetta e imprevedibile come uno tzunami, perfido come la strega di Biancaneve e implacabile come la morte, un gatto nero mi attraversa la strada, puntandomi come se mi aspettasse dalla mattina (e non è escluso che sia così perché i gatti neri ne sanno una più del diavolo) e dandomi a stento il tempo di inchiodare coi freni, per evitare la sfiga( che sarebbe stata doppia nel caso in cui l’avessi investito).









Che fare? Non che me lo sia chiesto. Non c’era il tempo. Gli automobilisti più frettolosi avevano cominciato a premere a tavoletta sul clacson e qualcuno forse si accingeva già ad abbassare il finestrino per insolentirmi. Non bisognava perdere la calma e nello stesso tempo occorreva concentrarsi sull’unico fatto indiscutibile: da lì non sarei passata MAI!
Ma non c’era davvero nessuna possibilità di manovra, perché l’unico spazietto nel quale avrei potuto tentare riparo, stringendo al massimo sulla destra, a ridosso della doppiadoppia fila, (una sorta di terzadoppia fila sperimentale, costituita da due auto e una moto) e indietreggiando di mezzo metro, non era raggiungibile a causa del tappo di auto incollate al mio paraurti, i cui automobilisti nel frattempo lievitavano di ferocia.
- Ma rice vero che sta facennu tutto stu casino, p’u gatto nivuro?-  inveisce un tale che nel frattempo era sceso dalla sua  autovettura  e mi urlava nell’orecchio dal finestrino aperto.
-Puntroppo sì, è tutto vero.
Così, credo di avergli risposto, sforzandomi (questo lo ricordo bene) di sfoderare un sorriso che lo muovessa a pietà. Ma l’urlatore appariva irriducibilmente incazzato. Non c’era nulla da sperare.






Ed è a questo punto che mi viene quel tipo d’intuizione illuminante che solo l’odore di senzaviad’uscita ti dà.
Noto che l’uomo in doppiadoppia fila alla mia destra, che si gode la scena con fare divertito, mostra un’ impalpabile pietosa empatia nei miei confronti. Allora mi accosto al finestrino opposto alla guida, lo abbasso e gli chiedo:
- Scusi lei è superstizioso?
- Io??? Cara signora , sono tutte fesserie! (sorride)
-Bene, allora perché non mette in moto, giusto per passare prima di me e poi si riposteggia in doppiadoppia fila più avanti?
-A disposizione (sorride con più denti in mostra, mettendo in moto)
Il rumore del suo motore m’investe come un ossigeno: è fatta! Accendo anche io il mio, mi dispongo lateralmente occupando il suo posto, mi accerto che passino anche altri due automobilisti (giusto per mettermi al sicuro con la procedura antisfiga corretta) e poi, dopo i due o tremila improperi che chi mi supera  via via va  sventagliandomi, riprendo a circolare (si fa per dire) lungo il budello.
Come nella più tradizionale delle fiabe, la conclusione è lieta grazie ad un elemento salvifico ed alla perseveranza dell’eroe.
Il principe però non l’ho baciato, perché non c’era, né normale, né sotto forma di rospo.
Capito sempre nelle fiabe sbagliate.















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PECCATI IMPERDONABILI
post pubblicato in diario, il 15 ottobre 2010




-Come hai fatto a capirlo?
-Dalla tua camicia impeccabile e..
-E?
-E dall’odore dell’aria.
-Che odore?
-L’odore della metamorfosi delle cose.
-Mi prendi in giro?
-Mai stata più seria.
-Io non ti capisco, sai.
-Neanche io. Ciononostante…
-Ma come, adesso sono incomprensibile?
-No. Infatti parlavo di me.
- Mi hai confuso(si sforza di ridere). E’ come se tu cavassi della buona musica suonando il piano coi piedi. C’è comunque qualcosa d’inspiegabile.
-Beh…llo!
-Stammi bene(sorride poco, pensa parecchio)
-Anche tu! (sorridosorrido)

Intuire è un peccato esplosivo. Imperdonabile. Specie se per commetterlo adoperi metodi bislacchi.











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SAUDADE
post pubblicato in diario, il 8 settembre 2010






Ascoltando La ragazza di Ipanema, le prime volte, mi chiedevo se esistesse davvero o fosse solo la proiezione più o meno ruffiana delle tante grazie femminili da spiaggia capaci di richiamare sguardi maschili su di sé.
Mi piaceva pensare alla prima ipotesi. Ed anzi ad un certo punto decisi che quella era la verità: la garota de Ipanema era una e una soltanto, speciale ed indimenticabile. Lo decisi e basta, unilateralmente senza alcuna ricerca, seppur minima, in merito. Altrimenti avrei scoperto, con facilità, che si chiamava Heloisa Pinheiro,che aveva gambe lunghe e capelli che quasi vi arrivavano e che il dondolare della sua camminata, flessuosa quanto il corpo dorato, era motivo di ammirazione per tutti gli uomini seduti al bar Veloso che la vedevano passare, Jobim e Moraes compresi.
Lo decisi senza fondamento, fin quando un giorno d’agosto, di questo agosto appena volato via, non mi ritrovai, ad un pranzo perugino, accanto ad un’amabile signora romagnola, mai vista prima e che mai più vedrò, trasferitasi da anni in Brasile e per la precisione a San Paolo e per la precisione nello stesso complesso dove ora vive la ragazza, non più ragazza, di Ipanema.
Esisteva quindi e non solo nel mio immaginario. Era lei e nessun’altra. Ne fui rallegrata, come tutte le volte in cui si scopre che quello che si vorrebbe ha consistenza reale.
Ma la signora rivelatrice, una simpaticissima ottuagenaria dagli occhi mobili e vivaci con un’ adorabile esse sibilante ed un’ affabulante erre arrotata,cominciò col rendermi edotta di tutte le vicende della garota matura. Pochi alti e molti bassi, pare. Insomma i dondolii che riserva la vita, fuori dalle spiagge e dentro le foreste urbane.
Io da un lato ascoltavo incantata, sovrapponendo alla garota di Ipanema quella di Forlì che mi sedeva accanto. E dall’altro pensavo con tristezza a tutte le volte in cui il mare s’era infranto senza che la ragazza dalla pelle dorata vi danzasse sulla riva. A quante volte gli uomini del bar Veloso avevano guardato altri dondolii da spiaggia mentre Heloisa pagava il conto alla generosità della sua giovinezza.
E appena il pranzo volse al termine, realizzai che stavo perdendo la ragazza di Ipanema proprio mentre la conoscevo davvero.
Le cose più malinconiche della vita sono la vita stessa.
Saudade.














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LONTANO MA DISTANTE
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2010



Ti guardo mentre non mi guardi. Sei sempre affascinante. E il brizzolato ti dona. Chissà se le donne te lo dicono ancora che somigli a Richard Gere. Le mie amiche impazzivano per te e tu sembravi non accorgertene. Non ti ho mai messo bene a fuoco sotto questo profilo. Non tanto da sapere se era nonchalances o inconsapevolezza. Del resto con un fratello ci sono altri ambiti più rilevanti.
E i nostri erano una sorta di pigrizia consumata all’ombra, anche nella giornate di afa come questa; non c’era spazio per cose terrestri. Niente mi piace… le piaccio…gli piaccio.. stasera… domani…a pranzo…a cena…. Al massimo parlavamo dell’Amore e di altre cose con l’iniziale maiuscola. Platone avrebbe approvato. Ci aggrovigliavamo attorno alle idee, alcune assolutamente imprendibili, sul confine sfumato dei sogni. I libri, la musica, la politica, certe surrealità goliardiche… Era un confronto no stop sulle nostre visioni del mondo. Uno scambio di temperature. Le mie sempre più incandescenti. E tu ne ridevi.
A quel tempo non c’era tempo per il tempo. Le cose sembravano immerse in se stesse, misura d’un tutto indefinito e fluttuante. E dire che tu lo scandivi. Orologi curiosi, fatti con le corde della tua chitarra. Pezzi provati e riprovati per ore. Quanto ti odiavo.
Era il tempo che si lasciava ammansire. E non lo sapevamo. Invece che in un perfido ticchettìo, si concedeva sulle note di Wonderful tonight o di Persephone.
Ma poi ha deciso lui. Decide sempre lui.
Siamo scesi a patti con la terra e da tanto di quel tempo che il tempo senza tempo sembra l’unica idea rimasta con l’iniziale maiuscola. Rimpianti, Ricordi..mi sovvengono solo parole con la erre.
Tu a nord, dove il pane che fanno non ti piace, ed io ancora qui, a scartare quello col cimino di cui vai ghiotto.
Entrare…uscire… sacchetti…file..posteggi…prima …dopo…
Suoni sempre la chitarra, è vero.  Ma adesso è il tempo che cerca di ammansire noi, mentre ci aggrovigliamo intorno alle cose.
E l’afa non ha più ombre.








E. Clapton Wonderful tonight



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SHAMPOO
post pubblicato in diario, il 14 giugno 2010



-Uno shampoo..
-Che tipo? Per capelli normali, secchi, grassi, antiforfora..

Alzi gli occhi e sospendi la litania intempestiva. Ti sarai reso conto, credo, che continuare sarebbe stato faticoso. Se solo mi avessi dato il tempo di finire la frase. Ora mi hai confusa..precipitata in un limbo in cui i miei capelli fluttuano senza capo né coda. Già come saranno i miei capelli? Grassi..? Sì forse sì..ma non tutti..non del tutto.. Una parte grassa ed una secca. Misti insomma, come la pelle che è grassa attorno al naso e secca in periferia. Infatti ci sono le creme per pelli miste. Ma ci saranno gli shampoo per capelli misti? Ma nooo, che mi salta in mente! E’ il caldo. Il caldo, specie quello precoce e insolente, attorciglia i pensieri. Respiro e cerco di concentrarmi anche se il tuo viso mi distrae. E’ come se contenesse tante faccine che  mi stai sventagliando contro . Una mitragliatrice di faccine.

-Beh facciamooo.. per capelli grassi.. per capelli grassi.. ma non del tutto.

Sorrido. Ma tu no. Non ti è piaciuta la risposta. Lo so, non è canonica. E poi tu devi essere sfornito di sense of humour. La tua mitragliatrice si rimette in funzione. Stavolta sono faccine stizzite.

-
Allora posso darle quello della Kerastase contro l’eccesso di sebo. Ha un’azione specifica ma è al contempo delicato e rispettoso del capello. Ha forfora?

Adesso esageri. Ma la forfora non è come la carie? Non l’abbiamo tutti? Un po’, almeno un po’? E quando uno deve occuparsene con uno shampoo specifico? Ah..troppo difficile! Ho deciso. Io non ne ho.

-No, niente forfora..
-Niente forfora?
 (sembri deluso).
A vederli, in effetti, non paiono così grassi. Meglio qualcosa per capelli sfibrati. I suoi sono trattati, no?

Stavolta la faccina è leggermente nauseata. Ma sempre stizzita. Se dovessi imitarla allo specchio, avrei enormi difficoltà. Perché la stizzita è rigida e con la bocca raccolta come in un accenno di bacio slavato e quella nauseata tende al languido, una specie d’ammorbidimento a labbra in giù.
Nonostante tu sia implacabile, ti guardo implorante come per dirti : Abbi pietà, il mio è un caso disperato. Ho i capelli alla ricerca d’una identità, come gli adolescenti. E poi sono stanca e c’è caldo. Dammi uno shampoo, il primo che ti viene, e non se ne parli più. E invece ti assecondo.

-Sì, trattati. Anzi trattatissimi.

- Fra le novità di quest’anno, Kerastase ha creato diverse linee mirate che potrebbero andar bene. C’è la Spècifique, per un cuoio capelluto con squlibri, la Rèflection,  adatto ai capelli colorati, la Nutritive, rigenerante per ciocche sensibilizzate e la Rèsistance che è un rafforzante per capelli indeboliti .
Io opterei per la Rèflection .D’accordo?


Ok, ho capito. Sei un sadico. E in effetti le faccine adesso hanno un ghigno perverso. E fai anche delle mossette che denunciano in modo inequivocabile la tua omosessualità. Non che per me cambi qualcosa, ben inteso. Ho notato subito che sei gay. Mi hai trovato forse rigida per questo? Ma sì, magari un po’. E sai perché? Lo vuoi proprio sapere? E’ per averlo messo a fuoco al primo sguardo. Il fatto di accorgermene immediatamente è una cosa mi fa sentire a disagio, come se togliesse noncuranza alla faccenda. Ma è un avvitamento . Come lo shampooo e tutto il resto. Io davvero non ho alcuna prevenzione. Solo vorrei non pensarci . Ecco tutto. Vorrei fosse così normale da non stare neanche a dirselo Questo è omosessuale. Ma probabilmente è una considerazione viziata, come tutto quello che sto pensando in questo tempio degli imbelletti. Io noto che tu sei gay ed è naturale farlo. Come noterei dei capelli rossi piuttosto che castani ..La verità è che mi dispiace di pensare che sei insopportabile. Sono fatta così. Preferirei trovarti simpatico. Ma credimi non lo penso perché sei gay. Lo penso perché antipatico lo sei davvero. Tu sei obbiettivamente respingente e supponente. Potrà essere respingente e supponente un gay, no? Senza che per questo io debba sentire la colpa d’un pregiudizio!
Uffa..senti.. io voglio solo uno shampoo normale che più normale non si può. Anche…anche… se in fondo hai ragione tu: Cos’è la normalità? Avere i capelli grassi tendenti al secco? Essere omosessuale? Non avere forfora ? Ormai c’è un guazzabuglio nella mia testa. Questi sono tempi duri . L’eccessiva trasversalità ci sta uccidendo. E se resto ancora un po’ qui, finirò col chiederti uno shampoo per gay coi capelli grassi e tu ti incazzerai e mi farai faccette omicide. ..e non ci crederesti mai che sono solo stanca, confusa e coi capelli sporchi nel maledettissimo giorno di chiusura dei parrucchieri.
Sai che ti dico? Io non voglio più lo shampoo. E’ troppo impegnativo. Prenderò la prima cosa che vedo alzando gli occhi dal bancone. .Detergente intimo???! Nooo!  Stanca sì, ma ancora abbastanza lucida da fiutare i pericoli d’una richiesta sconsiderata. Non oso neanche pensare alle domande che mi faresti.

-Beh, me ne dia uno qualsiasi. Tanto, sa cosa penso? Che siano tutte sciocchezze. Non credo affatto che quello ad effetto rigenerante rigeneri, né che il riequilibrante riequilibri . E neanche che i capelli grassi si sgrassino e quelli i secchi si nutrano.
- E allora perché, mi scusi , le case produttrici perderebbero tutto questo tempo per ottenere trattamenti su misura?
-Per indurci ad andare dal parrucchiere. Tanto anche lì usano Kerastase. Ma sono fattacci loro. Nel frattempo la testa, quella che c’è sotto i capelli, con un massaggio rituale e per nulla mirato, finalmente riposa.
E i capelli, se ne accorgono!











Wynton Marsalis-Bobby Mc Ferrin-Baby I love you




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GIACOMO
post pubblicato in diario, il 28 maggio 2010






Accostando la guancia per baciarti, ti ho ripassato in un attimo . Aroma muschiato misto a fragranza d’agrumi. Quando è stata l’ultima volta? Due anni fa… tre?
Il tempo che ti è servito a farti incanutire del tutto. Per fortuna gli occhi non si sbiadiscono. E i tuoi sono ancora neri e profondi. Due pezzi di carbone lucente a guardia d’una bocca che esplode parole. Due carboni che dicono solo domande.
Dovevo venire- hai spiegato- perché ogni tanto si ha voglia d’essere ascoltati col cuore. E a me in genere m’ascoltano per soldi. E poi vi sono riconoscente. Prima di partire sono stato dal barbiere; i nevrotici depressi neanche si lavano- Hai riso. Con sarcasmo studiato. E mentre allontanavi il sospetto che stessi più male del solito con varie platealità, ho sentito tutto il peso della tua fatica.
Quel costringerti a far parte d’una normalità, definita e mai accertata, ad uscire dal quieto torpore d’una disperazione ciclica.
A tavola mangiavi lentamente, come sempre, più ingordo d’occhi e d’orecchie che di pietanze.
La tua non è la lentezza di chi  gusta i sapori. O almeno non i sapori che i normali cercano davanti ad un piatto.
Che te ne importa degli spaghetti, del pesce, delle fragole. Tu sei matto. E cerchi l’ascolto.
E dire che  a sentirti da lontano, come ogni tanto facevo dalla cucina, non sembravi affatto folle, sai.
Sarà che le tue architetture di pensiero accarezzano come una filastrocca colta, quando serpeggi da Kant, alla zingara del parco passando per Bach e Munch fino agli schizzi su cartoncino che fai davanti al mare.
Sarà che quando tornavo col piatto di portata e ti guardavo, frenavi sul mio sorriso i tuoi carboni neri e sorridevi a tua volta, con l’incredulità d’un naufrago appena avvistato.
Sarà che quando dicevi “strizzacervelli” e parlavi della psicanalisi e della sua inutile utilità, m’innamoravo della tua ironia radicata nella sofferenza.
Ma dopo tanti anni, Giacomo, credi ancora nella psicanalisi?
La psicanalisi serve. Serve. SERVE. E ad ogni serve la tua voce cresceva volutamente.
Cazzata ripetuta è verità assoluta- hai sentenziato con una smorfia comica, alzando la forchetta , come un mago Merlino bislacco, e sgranando gli occhi. Due carboni accesi di malinconia stralunata.
E poi ,con un battito repentino di ciglia,li hai abbassati, alla ricerca d’un punto speciale davanti a te, come se l’aria non bastasse a contenere le ombre che t’assediano i giorni. Come se solo un punto di euclidea immaginazione potesse farlo.
Sul filo della follia dei giusti, ti abbraccio amico mio- ho detto, sorseggiando un Nero d’Avola.
Ma era un brindisi silenzioso. Pronunciato fra me e me.
Allora tu, trascurata inspiegabilmente la ricerca di quel punto, hai alzato all’improvviso il bicchiere pieno d’acqua(alcune medicine non si sposano col vino,credo) e m’hai guardato come se m’avessi sentito.
Prosit- hai esclamato, pescando nel registro di voce più grave che hai. Sembravi Gassman.
E’ stato in quel momento che ho creduto davvero che tu fossi matto.
Solo i matti decodificano così bene i linguaggi impossibili.


J.S.Bach-Magnificat 9-Esurientes




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NIENTE CHE SI POSSA SPIEGARE
post pubblicato in diario, il 13 aprile 2010




Solo lava. Fluida e rovente. Piuttosto m’innamoro della sfera variopinta che ferma carte mai lette. Adoro entrambe. Per la loro inutilità, naturalmente. Specie la prima. Ha una freddezza che dentro la mano si corrompe di nuove temperature in un gioco irriducibile di luce in cui l’arancio pecca di superbia.
Potrebbe essere un volo onirico, di quelli che ricordi a metà. Bagliori incantevoli raccontati da uno scrittoio bisognoso di restauro.
Anche la metà delle cose amo, se è un cinquantapercento indefinito da rianimare.
Da una vita mi affanno in questo trascolorare della memoria d’un sogno. E spero sempre, mentre cerco col respiro increspato d’un centrometrista, di non trovare niente che si possa spiegare.


Noir desire- Le vent nous portera


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9 FEBBRAIO
post pubblicato in diario, il 25 marzo 2010






Da quel giorno ti penso spesso. Inaspettatamente. Eri mia zia, d’accordo,ma in tutta la vita ti avevo visto molto meno del cane della mia vicina, di cui  ho orrore, come di tutto ciò che porta in sé un’aggressività immotivata.
Tu invece eri il contrario. Mai aggressiva. Neanche quando avresti dovuto.
Ecco, forse sento l’assenza della tua acrobatica serenità di parole, dette e taciute con altrettanta musicalità. Mi manchi, credo, nel confine dei miei limiti, che tu demarcavi sorridendo agli oltraggi. In quella tua strana dedizione a smussare i fatti coi fatti. Una predilezione così lontana dallo scultore di spigoli che sono. Dal mio guerreggiare inutile e furente contro il tramare dei giorni.
Una tessitura di cose cercata, la tua. Altro che  inclinazione  da segno zodiacale. A volte per spiegarci le cose è più comodo il ricorso all’ordinarietà delle stelle piuttosto che ai prodigi terrestri.
Ma quello erano: miracoli, sull’orlo del burrone. Lasciando che solo gli occhi precipitassero giù in fondo e tornassero a raccontarti. Perché non avevi paura dell’oscurità dei baratri. Della vita prendevi tutto. E ti piaceva.
Un bizzarro entusiasmo adolescente ai confini del sedicesimo lustro. Una condanna. Almeno al mio sguardo, incline a prendere solo il bello delle cose, soggiogato dall’impossibile, posseduto dal demone della ribellione alla manovre implosive del tempo, che smussa anche lui artigli, ma lo fa perfidamente.
Tu sapevi accettare senza supinità. Non era un abbassare la testa a regole di  implacabilità incomprensibile. Era un inchino alla vita. Un applauso composto a scena aperta.
E se avessi potuto, avresti applaudito anche in quell’atto finale così incongruo. Tu, dentro un’auto dolcemente addormentata contro un muro, accartocciata nelle lamiere d’un corpo reso inservibile da un capriccio momentaneo del cuore.
Hanno detto le solite cose. Che è stato tutto veloce. Che non hai sofferto. Che eri serena.
Quante cazzate siamo disposti a dire quando l’unica certezza ci strappa via tutte le altre.
Che ne sappiamo noi di com’è stato, se non sappiamo neanche perché e questo ci dispera ogni volta.
Io so esattamente cosa facevo mentre tu morivi. Questo soltanto. Era un’ attività di segno opposto eppure così assonante con il gelo che m’intreccia le ossa al pensiero che un giorno dovrò arrendermi  anch'io alla loro rigidità scarnificata.
Perché al contrario di te, io non accetto. Io pretendo E dalla vita voglio solo la vita.
E quando mi sembra di sentirti bisbigliare: “L’è la cruciera püssè bela ch’abbia mai fat ”, io non ti credo.
E rido.




A. Brahem- Leila au pays du carrousel





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AH!
post pubblicato in diario, il 16 marzo 2010

.

....
LUI- Si dovrebbe fare una ricerca inerente al territorio… metterne in luce aspetti salienti ma anche... prospettive originali..naturalmente considerando che il fine ultimo sarebbe il rilancio..
IO-E perché hai pensato a me?
LUI- Tu scrivi bene..
IO- Ma non mi occupo né di ricerche né di territorio. Sorrido( come quando ti raccontano una barzelletta scema.Sento le mandibole contrarsi).
LUI- Ma allora non ti interessa questa collaborazione? Si tratta di un ente di prestigio. Alcuni amici ritengono che…
IO- No, non m’interessa.
LUI- Ma perchè sei così ostinatamente orientata per il no?
IO-Molto impegno,pochi vantaggi. Nessun divertimento. Perchè dovrebbe interessarmi ?
LUI- Beh ..tu scrivi  e ami farlo.
IO-Appunto.

LUI-Ma non essere impulsiva. Sai ..in fondo..
IO- No, guarda proprio non m’interessa.
LUI- Però considerando che …non so se mi spiego…
IO- Sì, ti spieghi e pertanto non m’interessa (sorrido di nuovo, nel tentativo di ammorbidire il tono caustico che mi rende sgusciabilmente affilata)
LUI-Allora sei proprio decisa?
IO- Sì, decisa.
LUI-Comunque non ti capisco.
IO- Io sì (sorrido per la terza volta. Ma in realtà è un sibilo. Come di rotaia su binario)
......


Caro S.,
ricordi la nostra conversazione di ieri? 
Ma sì … ho la netta sensazione che la ricordi bene . Io invece tengo a mente solo questo frammento. Ma c’è quanto basta per chiederti: ma per te cosa vuol dire scrivere?
La tua idea morfosintattica della scrittura è urticante. Ma comprensibile. Il fatto è che tu hai un’idea morfosintattica della vita. Puliti ordini paradigmatici che ti fanno ritenere inspiegabili tutti i comportamenti in cui prevalga un’eccezione alla (tua) regola. La divergenza è un esercizio che hai praticato solo facendo tennis sul meraviglioso mateco del tuo campo, quando di tanto in tanto sforbici con la racchetta .
Beh, allora sappi che la scrittura è essenzialmente un luogo nel quale smentire questo ordine precostituito. E quando metto anche solo una parola sul bianco d’un foglio, è per sconfiggere la tua tranquilla interpretazione del mondo.
Non si tratta di un’ affermazione d’ identità, ribadire schemi consunti, ma di un atto di libertà capace di operare delle scelte per le quali occorre sangue. Lo so , anche tu ne fai affluire una certa quantità al cervello. L’ultima volta che me ne sono accorta avevi avuto un raptus di splendore progressista. “Io non ho nulla contro i gay, ”, dicesti. Mi piaci un sacco, sai, quando accendi l’uomo buono che c’è in te, per l’espressione fanciulla dei tuoi occhi, la stessa credo di quando recitavi le poesie in salotto. Già da allora dovevi avere un senso di cristiana supponenza con la quale porgere la guancia al prossimo, affinchè ne ossequiasse l’incarnato. La meravigliosa tolleranza della sopportazione, un polmone aristocratico con cui respirare la democrazia.
E anche ieri suppongo avessi quella faccia da uomo buono. Deluso stavolta. E incredulo, penso,di fronte a cotanto ingrato diniego.
Ma sono certa che risolverai facilmente. E lo sai anche tu.
Basterà passare in rassegna le prudenti figure femminili del tuo universo socialculturalchic, soffermandoti preferibilmente su quelle ( non poche ,credo) che all’ora di lavorare con latte e tonico,la sera, hanno ancora intatto tutto il make up.
Ah!





Bermuda Acustic Trio- Father and son




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CIAO, COME VA?
post pubblicato in diario, il 5 marzo 2010





Credo sia per l’indugiare del tuo sguardo. Se dici Ciao, come va? lasci una scia con le pupille, a cercare. Non ho mai l’impressione che siano domande perse nel vento.
I tuoi occhi sono capaci di chiedere sul serio. Di attendere risposte.
Sanno compiere prodigi. Piccoli miracoli quotidiani del guardare.
Ciao, come va? E mi sembra di poterti raccontare la mia vita da questa sedia sgangherata e prevedibile.
Devo apparirti sempre un po’ smarrita prima di risponderti. Perché fatico a dirti
Bene
Mi verrebbe più facile raccontarti di quella volta che tornai a casa con un segreto più grande a sorreggermi il passo, delle borse inutili che ho nell’armadio, dell’angoscia di certe mattine in cui vorrei dimorare nella tazza del mio cappuccino…
Credo che un giorno o l’altro lo farò. E sono certa che sorriderai senza condanne quando ti confesserò  che le mie labbra, in questa stanza dai vetri polverosi, muovono parole senza senso.
Perché non sempre, sai, i miei pensieri abitano suoni. Spesso rimodellano danze invisibili.








Neil Young- Horse with no name







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CESSAR COI CESSI
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2010






Avete presente Ed è subito sera ? Oppure M’illumino d’immenso ? O Meriggiare pallido e assorto?
Densità poetiche ch'al cor gentile ratte s’apprendono
Ebbene anche Sanremo quest’anno ci regala una folgorazione emozionale, che va ad incidersi un po’ più sotto al cuore. Diciamo fra la bocca dello stomaco e l’intestino crasso, depositandosi con lapidaria incisività di lassativo effetto.
A far l'amore In tutti i luoghi e in tutti i laghi” Come dimenticarlo?
Per quel che mi riguarda da giorni mi tormenta.
Tanto che la mia mano invidiosa in rime di cotanto stile si cimenta:

In tutti i posti e per tutti i pasti
In tutte le zone e con tutti gli ozoni
In tutte le parti e da tutte le porte
Io, nell ' universo universale,
ti amai mai?

Questo la penna, anzi il tasto, compone, per dar voce a una voce che, nonostante lo smisurato spazio in cui spazia, si domanda domandosamente se ha amato davvero l’amato.
Ma già lo so, sapendolo prima di saperlo, che non ho saputo sapere.
E ineguagliato il modello resta a splendere da solo.

Morale:
Di Scanu ce n’è uno e per fortuna non sono trentuno.





S.Caputo-Effetti personali



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METODI
post pubblicato in diario, il 10 febbraio 2010
 




Ti osservo e vorrei chiederti: Qual è il tuo metodo? Ma poi intercetto gli orecchini di filigrana che ti ondeggiano dai lobi e mi pare di saperlo. E’ un ricamo d’oro che filtra la luce della stanza con oscillazioni misurate. Un merletto in pendant con i ghirigori della tua agenda. Un arabesque di volute armoniose con le quali deflori la verginità dei fogli, giorno per giorno. Con metodo appunto. Il metodo di chi ha un metodo.
Anche io ho un’ agenda. Anzi tre, pensa. Tre agende rosso fuoco dall’imene inviolato. Solo qualche petting fuggevole. Nessun amplesso.
Perché vedi io appartengo alla categoria di tipo b: coloro che hanno il metodo di non averne.
E a ben pensarci sono b in tante altre cose, tranne che nel gruppo sanguigno. Quello è zero assoluto. Quasi una premonizione. La premonizione che avrei concentrato in me tante verginità. Tanti imeni indeflorati da cui cominciare, già a partire dal come cominciare il cominciare. Fino a riconsiderare la necessità del dovere imparare il come. Fino a pensare che si possa cominciare e basta, per immersione totale. Perché in effetti il metodo di non averne prende avvio dall’interno, non ha la pretesa di governare dall’esterno le cose. Non è schema applicabile ma trama che va tessendosi via via, a partire da una semplice increspatura dell’aria a cui qualcosa all’altezza della pancia si adegua, divenendo un tutt’uno.
E quando sei aria..che cazzo te ne fai di un metodo?
Lo so cosa stai pensando..non sta bene dire certe cose. Ma vedi, anche questo dipende dalla mancanza di metodo. Si finisce sempre col fare delle conclusioni per l’appunto a cazzo.
Chissà se i tuoi orecchini mi perdoneranno.


















E.Fitzgerald-Night and day




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MAI PIU' IN BLU
post pubblicato in diario, il 16 novembre 2009

 


“ ..Ma il blu è di gran moda quest’anno, sa?" Io ti chiedo il nero, il nero , e non  il coloredelmiogattoquandopiove, e tu mi proponi il blu perché è di moda. Ma poi in che senso di gran moda? Cosa vuol dire che il nero non va e il blu sì? E’ come se dicessi quest’anno niente nasi, solo bocche.
E allora per farti dispetto, da questo momento, e per tutta la tua stramaledetta stagione di moda, niente blu, nemmeno se…
Perché se c’è una cosa che mi riesce bene è azzerare i colori.
Ahhhh…e anche non mantener promesse.








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METAMORFOSI
post pubblicato in diario, il 8 novembre 2009
 




A volte può accadere che mentre lei ribalta i suoi orizzonti, lui stia pensando: "Sarà del peso giusto il fresco di lana?"



Sergio Caputo- Metamorfosi


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E NON SOLO IO
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2009


 

Lanciare l’auto tra gli alberi d’un rettifilo, come se servisse a sciogliere i pensieri. E scalare di marcia, in un lasso di tempo azzardato,quel tanto che basta ad assecondare la curva seminascosta dai rami dell’ eucalipto. Una chioma china, come un arco, clemente col cuore e perfida con gli occhi, cui preclude la vista. Ma solo se non sanno. Chè, in caso contrario, fanno sì che il braccio anticipi d’un attimo e fletta la traiettoria, come fosse intento a lavorare un filo duttile.
Non è più strada. E’ rame. Un gesto appena e le ruote sono già indirizzate a destra, nell’abbraccio semicircolare col gomito d’asfalto.
Decelerazione obbligata, anche della mente, che si lascia sfiorare dal rimbalzo del sole sul prato, che ora costeggia la via.
Una seduzione fugace. E di nuovo il piede affonda. E di nuovo il pensiero si stende lungo il segmento del manto stradale, alla ricerca d’una ragione, come se srotolasse una spiegazione sensata.
Correre per capire, sperando che il prima possa avere la meglio sul dopo, nell’illusione che l’effetto sia governabile dalla causa.
Comportamenti caotici alla ricerca d’un ordine.
E poi frenare di colpo, a due millimetri da un furgone sul cui retro si legge: assistenza respiratoria domiciliare.
Allora vengono in mente, sì, cose più oscure. Frammenti che il tempo seppellisce male e non per sempre.
Sento: il rumore d’aria e d’acqua del respiro di mio padre.
Sfioro: la sua gabbia toracica che si espande e si contrae come un mantice che tenta d’ attizzare un fuoco impotente.
Vedo: i suoi occhi cercare tutt’intorno, per snidare l’ossigeno dagli angoli più bizzarri della stanza, in un volo da pipistrello impazzito. Non c’è occhio più disperato di chi ha fame d’aria.
Di colpo tace la dispnea del mio cervello.Ogni altro pensiero è muto, sospeso. Reso ridicolo.
Solo fino a domani, però. Io lo so. E non solo io.


Oliver Messiaen-Notre dame de l'Oubli


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