.
Annunci online

"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
COSI' FAN TUTTI
post pubblicato in racconti, il 15 luglio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
Il giudice leone scandì i nome delle parti in causa.  
La volpe, un esemplare maschio non più giovane, poeta per gioco, s’alzò in piedi con baldanza malcelata. Madame Uva non si mosse.
-Si dia inizio al dibattimento- aggiunse poi- e con ruggito autorevole invitò il cane avvocato difensore ad abbaiare.
-Signor giudice, la qui presente madame Uva, sostiene, mentendo spudoratamente, che l’imputato mio assistito, la mattina d’un giorno del corrente anno, dopo averla agognata per lungo lungo tempo, abbia tentato di strapparla dal ramo, nonostante con succosa alterigia lei l’avesse respinto, e che lui , vistosi impossibilitato a farla sua, se la sia data a gambe dicendo con ghigno sprezzante, e in presenza di testimoni, “Tanto è acerba”, affermazione considerata falsa e lesiva della sua essenza vegetale, ritenuta appetibile e zuccherina. Ma trattasi d’un orribile e mendace teorema accusatorio ed in effetti…
-Cosa ha da dire a sua discolpa?- chiese il leone alla volpe, interrompendo il cane.
-Le cose  sono andate in modo diametralmente opposto a quello in cui madame Uva le riferisce- ribattè la volpe, dando inizio alla sua arringa personale poiché degli avvocati non aveva alcuna stima . 
Madame Uva s’era invaghita di me (sono tutte invaghite di me- pensò a voce alta e la coda ebbe un sussulto simile a quello d’un pavone che sta per fare la ruota) e voleva divorarmi in un sol boccone. Cosi io scappai a gambe levate dicendo: “E’ tanto acerba!”, frase, come gli animali della corte possono facilmente intuire, essendo quel "tanto" posposto così tanto diverso e così tanto stravolto da orecchie e bocche bestiali, che non aveva affatto il significato che mi si imputa. Era invece un modo per preservare la virtù d’un grappolo ancora troppo giovane, specie rispetto a me che ho già veduto tante lune calare e tante altre levarsi
-Ma come avrebbe potuto madame Uva scendere dal ramo, se sfornita di gambe. E soprattutto, come avrebbe divorato senza né bocca né denti?- chiese il giudice all’imputato
-Signor giudice, ha mai letto l’Ariosto? Io che modestamente ne ho avuto l’occasione, fra un pollaio e l’altro, (come avrei potuto altrimenti, vincer del tempo la crudeltà, nell’ attesa che amabili galline mi dedicassero l’ovale frutto loro?- Credette anche stavolta di pensare ma sentirono tutti e fu come se avesse declamato una delle sue poesie, tanto che le galline presenti, uscite per un giorno dall’harem della stia, fecero un ohhh di meraviglia ), posso garantirle che davvero ami  d'oro e d’argento e lacci vischiosi e nodi  le femmine sanno apparecchiare con le loro lusinghe . E come scrisse quel tale ( anche di musica un poco me ne intendo), così fan tutte. Pure le grappolesse.
ll giudice ascoltò con la criniera ritta.
-Si attenga ai fatti. Non siamo qui per ragionar di musica e poesia. Oblique divagazioni. Il diritto è diritto.
Poi fece cenno ai somari commessi di far sgomberare l’aula e si ritirò per deliberare.
Trascorse alcune ore, d’imprecisata natura aritmetica, una voce disse:
-Entra la Corte. In piedi. 
Poi tutti sedettero e fecero silenzio.
-I gravi indizi a carico dell’imputato e le testimonianze rese, hanno convinto questa Corte della sua colpevolezza. Pertanto…


Il resto non fu udito da chi mi raccontò la storia. Né alcuno seppe mai come le cose andarono veramente. Ragioni segrete  di volpi e grappolesse .
Morale:
Ariosto e Mozart servono ma non salvano e gli avvocati sono spesso dei cani.







permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 15/7/2011 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
PARIDE
post pubblicato in racconti, il 8 gennaio 2009






La strada era un serpente bianco stretto fra gli alberi. Un invito a salire, nonostante la nebbia rubasse i confini al paesaggio.
Il rifugio, dall’esterno, sembrava incapace di rifugiare persino se stesso, col suo prospetto triste, disegnato, in punte di stelle aperte, dalle tracce ancora evidenti d’acqua piovana e di neve.
Dentro, diffondeva un calore accogliente e malinconico con un inquietante retrogusto d’orrido, come solo una baita montana sa fare.
Il vecchio raramente scendeva a valle. Lì lavorava e viveva, lavando bicchieri, portando piatti , raccogliendo funghi, intonando cori, come se ogni cosa fosse parte di un'unica sostanza. .
Una coreografia sobria di gesti affabulanti, come quell’aprire e chiudere le braccia quando aggiungeva una parola in più alle sue storie di montagna.
Lui non smetteva di raccontarla, perché “era il sangue”-diceva. “Ed il pane”.
Anche la sua faccia era montuosa, piena di corrugamenti con cui il vento e le intemperie l’avevano ispessita.
Raccontava la solitudine,della montagna; la fatica. E la forza, già impressa nel suo nome, di cui andava fiero e su cui amava scherzare. Mai parlava delle imprese.
Di quelle si sapeva da altre voci. Come la volta che salvò i due austriaci dall’assideramento, rischiando di perdere una gamba.
S’erano alzati al mattino presto per andare a sciare. Poi erano finiti fuori pista per una disattenzione grossolana e s’erano allontanati sempre più, nel tentativo maldestro di tornare al punto di partenza , attraverso quella che ritenevano una scorciatoia e che invece s’era rivelata una strada infernale.
Incapaci d’orientarsi, ormai al buio e stremati dalla stanchezza, stavano per arrendersi alla dolce morte (pare sia tale, la fine in preda al freddo).
Furono trovati, alle cinque del mattino seguente, in stato comatoso a causa della grave ipotermia. Qualche minuto ancora sarebbe stato fatale ad entrambi, dissero i medici, costatando le condizioni critiche in cui versavano. Ed era stato Paride a non permettere che il loro flebile respiro scemasse del tutto.
Col suo intuito da esperto montanaro, cercò di capire cosa avrebbero fatto degli sciatori principianti  finiti fuori pista. Ne ripercorse il tragitto ipotetico e quando i soccorritori furuno vicino ai dispersi, ne avvertì la presenza, guidato da una specie di fiuto animale, ed indicò loro dove avrebbero dovuto cercare.
Non era che uno dei tanti salvataggi di cui non parlava mai.
Amava raccontare solo la sua montagna, quella che gli aveva rubato il cuore e stregato gli occhi.
La montagna scalata in bicicletta col fiato corto che inseguiva le ruote o a piedi o, di malavoglia, su un fuoristrada sgangherato.
Oppure attraverso la vecchia seggiovia scoperta, nella quale era rimasto più volte bloccato, in balia d’un vento forte e gelido che gli scorticava la pelle, rendendola  violacea sugli zigomi.
“-Quando salgo non sento mai la fatica. O forse la sento e mi sembra una forza. Come una voce che mi dice di continuare. La fatica è un incitamento. E quando torni sei felice per tutto quello che trovi. Senza la fatica non si può essere felici”.
Per questo, probabilmente, non si risparmiò neanche quella mattina, nonostante la neve copiosa e a dispetto del suo cuore ricalcitrante.
Voleva essere felice fino in fondo.
E così lo videro gli occhi di chi lo trovò. Il suo volto era talmente sereno da non sembrare più corrugato. Pareva dormisse ai piedi degli abeti che erano cresciuti con lui.
Mentre tutt’intorno imperversava la bufera di neve: quell’ultima volta fu la montagna, con la sua voce simile a dei rantoli, a raccontare il vecchio.

 

 

 

 

Coro alpino-Signore delle cime.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. la montagna

permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 8/1/2009 alle 21:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
LO SQUALO
post pubblicato in racconti, il 14 dicembre 2008



 





Nella stanza, ampia e luminosa, i tavoli si inseguivano ordinatamente in tre  file da sei.
Dalle grandi vetrate il panorama arrivava limpido,senza rumori. La luce pioveva anche dall'alto, attraverso l'enorme cupola trasparente nella quale moriva la struttura d'acciao dell'edificio.
Il verde di altissimi cactus contrastava col bianco del resto.
Il presidente, giacca e cravatta, portamento elegante, arrivò puntuale.
Posò la borsa sull' imponente tavolo che abbracciava le tre file al centro, vi estrasse le buste e, rimanendo in piedi, salutò i candidati.
"Buongiorno a tutti. Poche parole prima di cominciare.Come sapete la SXS, già presente con successo sul mercato europeo, mira da qualche tempo ad espandersi ulteriormente, alla conquista d'una dimensione intercontinentale. Una  strategia commerciale che già in parte è iniziata , con ottimi risultati. Il candidato  che oggi supererà il test finale, occuperà un posto di prestigio presso la nostra filiale di Pechino, poichè sarà il responsabile della Orient SXS Corporation.
Augurandovi buona fortuna, vi chiedo di accendere le playstation".
Un uomo dall'aspetto severo, in abito grigio, entrato poco prima e seduto un po' in disparte, si fece avanti.
"Si proceda al sorteggio delle buste"- disse il presidente, rivolto a lui.
Il tipo, con gesti sicuri, effettuò l'operazione, alla presenza dei membri della commissione esaminatrice.
Poi il presidente ne lesse il risultato ai concorrenti.
"Il gioco che è stato estratto è  "Lo squalo".
L'uomo in grigio a quel punto  fece un cenno ad uno dei commessi presenti, che  uscì prontamente dalla stanza.
Vi fece ritorno poco dopo,consegnò il materiale e tornò al suo posto, vicino alla porta d'accesso.
Il gioco venne distribuito.
Appena ogni candidato fu pronto a cominciare, il presidente disse: "Avete 60 minuti a partire da ora".
Quindi  guardò l'orologio e si accertò che  il timer dello schermo luminoso fosse partito in modo regolare.
Da quel momento,i rumori dei comandi ,qualche tallone che segnava il ritmo e naturalmente gli effetti sonori del gioco ,nutrirono l'aria asettica .
Il più freddo dei candidati sembrava l'uomo che occupava il secondo posto della terza fila.
Inglese, laureato in ingegneria gestionale, conseguita  col massimo dei voti, due master prestigiosi,ambiva a quel posto più che a qualunque altra cosa .Si era preparato scrupolosamente e conosceva quel gioco alla perfezione, detenendo un record personale quasi ineguagliabile.
Ciò lo rendeva sicuro e metodico.
A metà del tempo, il punteggio segnato sul suo display era di 37600 punti.
Un risultato eccellente, insidiato però  dall'ingegnere canadese della prima fila ,con punti 37200.
Per non  perdere la concentrazione, l'inglese accelerò il ritmo.
A dieci minuti dallo scadere del tempo, aveva ricattato 2 dirigenti ,corrotto un politico influente e ucciso il giornalista che ne insidiava la scalata con le sue inchieste, riuscendo così ad occupare un posto ai vertici dell'azienda virtuale , cosa che gli consentiva di raggiungere il segmento finale dell'ultimo livello del gioco.
Nonostante la freddezza apparente, il collo della sua camicia era sudato.
Guardò nuovamente il display: 41300 punti. Ancora un  ottimo risultato, ma anche stavolta poteva essere insufficiente.
Lo schermo che segnava tutti i punteggi, posto alle spalle della commissione, mostrava che il canadese fosse vicino a raggiungerlo.
E questi, per ottenere lo scarto necessario a superarlo, decise di distruggere l'auto blindata del presidente  generale dell'azienda concorrente, il cui abbattimento, con un particolare tipo d'arma eslposiva,  valeva 2000 punti e costituiva la sfida più ardua in cui cimentarsi.
Così intraprese l'inseguimento per centrare l'obiettivo.
Abbordò una serie di curve ad altissima velocità , fallendo per ben tre volte e rischiando,in tutte e tre le occasioni,di restare ucciso.
Al terzo tentativo però,si fece più vicino al punto vulnerabile,riuscendo a sparare in tempo utile e facendo esplodere il bersaglio: il presidente generale ed i suoi tre più stretti collaboratori erano polvere:
43100 punti.
Il canadese era in netto vantaggio e mancava sola una manciata di secondi.
A quel punto l'inglese  si alzò, estrasse una revolver 38 special, la puntò alla testa del candidato in vantaggio e,senza muoversi dal suo posto, sparò,centrandola.
L'uomo si accasciò all' stante col joe stick ancora in pugno.
Contemporaneamente lo schermo luminoso cominciò  a lampeggiare vistosamente: il tempo era scaduto.
Il presidente s'avvicinò al corpo del canadese per costatarne il decesso. Si chinò su di lui, poi guardò gli altri membri e scosse il capo.
Quindi  pregò  i concorrenti di abbandonare la stanza.
"La commissione si riunisce per deliberare"


Dopo circa venti minuti, tornarono tutti nella stanza ,sedendo ciascuno al proprio posto,ad eccezione del presidente che rimase in piedi.
“Risulta vincitore del test finale,con punti 58.899,il candidato Albert Hope,il quale ha accumulato 49899 punti,di bersagli virtuali e 9000, di bersaglio reale”.
Quindi invitò l’ingegnere Hope ad alzarsi e ad avvicinarsi a lui e gli strinse la mano.
“Si provveda alla rimozione del cadavere”-disse poi,rivolto all’uomo in grigio.
E questi fece un cenno ad uno dei commessi il quale uscì prontamente dalla stanza per espletare gli adempimenti del caso.





 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto

permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 14/12/2008 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
LO SPUTO
post pubblicato in racconti, il 23 novembre 2008




Le fragole sapevano di muffa. Come i suoi abiti. Cosicché non aveva modo di accorgersene. Le ingollava, alternandole al resto.

Si sfamava e basta, anche quando riusciva a mangiare  alla mensa del povero.

La frutta gli piaceva  quanto il pane. Il pane come i  pomodori che disegnavano un semicerchio attorno alla fetta di formaggio. E lui mangiava tutto insieme, senza seguire un ordine.

“Mangiare da signori”-disse, scandendo volutamente.

Mario fece sì con la testa, senza alzarla dal piatto.

“ Cosa faresti cu na barca ‘i piccioli ?”- gli chiese alla fine del pranzo.

“Accattassi un frigorifero già chinu”

“ Prima dovresti accattare  a casa, magari a Bagheria. Stu cesso di città ave u cielo sempre grigiu”

“No,a casa un si mancia”.

Una risata  sgangherata scosse le loro bocche. E la  volontaria del servizio sociale alzò lo sguardo.

“Allegri oggi?”

“A pancia è china” disse Aldo. E Mario fece sì con la testa.

 



 

 

La sagoma dell’uomo col cappello si fermò davanti all’ingresso della mensa .

Attese  che i due uscissero e poi si avvicinò ad Aldo, certo che quello fosse l’uomo che stava cercando.

“Salve. Posso parlarle un attimo ?

“ E di che? Un parro mai di nente, io”

“Mi presento, sono Rolando Bianchi. Lavoro per una rete televisiva che si occupa di reality show.”

“E che cazzo è? Roba ca si mancia?”

Preferì dirgli soltanto che aveva un’offerta allettante per lui. Ma gli fece capire subito che se avesse accettato avrebbe mangiato. E parecchio.

Fu per questa ragione che l’uomo non si  fece pregare. E accettò d’incontrarlo l’indomani per parlarne.

Si videro il giorno dopo  e poi  nei giorni a seguire.

Aldo  potè lavarsi e vestirsi con abiti nuovi. Abiti che non puzzavano di muffa.

E da allora mangiò quanto voleva. E portò parecchio cibo anche a Mario, che nel frattempo s’era spostato alla stazione ferroviaria. La notte faceva meno freddo e  si dormiva meglio.

“Ma che cazzo vogliono ,in cambio, u culu?”

“E che se n’hanno a fare ru me  culo fraricio. Nooo, mi porteranno nei quartieri alti, mi sbatteranno dentro una stanza cu avutri cristiani… E poi  girano u film. Come fussimo attori. Ma non dobbiamo fare gli attori..Dobbiamo essere noi..però iddi, ogni tanto, ci dicono cosa amo a dire. Una minchiata!  

“Avutri cristiani disperati o gente normale?”

“Ma che cazzo  mi nni futte!.”

“Ma lo capisci ca putisse essere un jocu fituso?”

“E che jocu  fituso putissero fare cu mmia? Che c’è ri cchiù fituso del sottoscritto?”

Mario rise .

“Che schifo di risita,Mario ! Pare che sputi catarro!”

“Una  risata ri gusto, ca  parte dai bronchi".-disse, battendosi il petto come fosse un atto di dolore- Quando rido  accussì, mi sento ravanzi a un camino. Col culo al caldo. Comunque quartiati, amico mio.”

“E più quartiato di così. Dormo in un letto e ho un cesso .”

 


 

 

Le riprese cominciarono dopo qualche tempo.

L’uomo col cappello era soddisfatto dei risultati.

“L’inserimento del morto di fame è stata un’idea geniale” ammise  Franchetti,vincendo la sua innata diffidenza.

“Lo so. Ci abbiamo lavorato almeno due anni. Bisogna fiutare il vento e poi acchiapparlo, mica balle! Era una novità che sarebbe piaciuta. I sondaggi ci davano ragione.

 I belli e i ricchi seducono ma creano frustrazioni nella gente. La povertà spiattellata così, invece, la fa sentire potente o comunque la consola. Senza contare che  commuove. E non c’è  paese che ha più bisogno di piangere del nostro.

 Aveva la schiena appoggiata alla sedia girevole e i piedi sul grande tavolo in radica d’ulivo e parlava guardandosi la punta delle scarpe, come se fosse la prima volta che le vedeva.

 Aldo ha gli occhi del derelitto innocente che creano pathos. Non pensare che abbia scelto il primo che ho trovato.”

“Tutti  i barboni hanno quegli occhi,non tirartela tanto!”

“No,lui è diverso.  Me ne sono accorto subito, quando l'ho visto la prima volta, mentre frugava nel cassonetto. E’ come se avesse  sublimato   l’emarginazione …come se fosse contemporaneamente dentro la merda e fuori. Esprime una  disperazione distaccata, dignitosa, quasi sprezzante. Che acchiappa.”

“Ma daii …che speciale e speciale…è  normale incallimento da miseria. Non ricamarci tanto. Occhi da barbun.Tutto lì””

Sarà, ma i suoi occhi ne parlano in modo più intenso. In un modo che arriva .E noi avevamo bisogno di questo, cazzo!. Di una miseria che bucasse lo schermo”

“Poso qui i caffè” chiese l’omino del bar?

“Sì. Senti un  po’…com’è vestita  la Maria oggi ? Ce l’ha la gonna girofiga e le poppe strizzate dentro il corsetto coi lacci? Dio come me lo fa venire duro. Quando pago potrebbe darmi  polenta di resto, giuro che non me ne accorgerei!”

“Povero ragazzo! Ma  non vedi che  lo stai  facendo arrossire?”

“Ehi …non sarai mica finocchio? Ti piace la figa no?

Il fattorino balbettò qualcosa e sgusciò via, lasciandosi  alle spalle il rimbombo della loro risata.

 

 

 

 

Accadde all’improvviso, dopo  circa due mesi dall’inizio della trasmissione.

Erano le 8,30 e nonostante i 3 gradi, Franchetti aveva già la camicia  a righine  con un grande alone  di sudore sul petto.

Salì di fretta le scale,attraversò l’atrio e passò di fianco  alla statua di ferro arrugginito che rappresentava la libertà d’informazione. In genere si soffermava un attimo a considerarne lo scialbore. Una statua doveva abbellire, questo riteneva lui.

Quella volta  però tirò dritto e non pensò nulla.

Percorse  il  lungo corridoio  come  una scheggia ed entrò nella stanza  dell’uomo col cappello, sbattendo la porta.

“Bel capulavur!  Al barbun l’è mort!”

“Chi te l' ha detto?”

“Il Francesco, stamattina all’alba. Mi ha telefonato”

“E com’ è stato?”

“Indovina , genio, non ci arrivi? E’ crepato per tutta la merda che ha mangiato. Gli è scoppiato il fegato al morto di fame. Lo hanno trovato all’alba riverso sul  letto e la sfiga ha voluto che le telecamere non lo stessero riprendendo.”

“Hai pensato come saliranno gli indici di ascolto? E’ quasi una morte in diretta!”

“Si saliranno, ma poi potrebbero avere un crollo. Dalla direzione generale hanno già fatto sapere che non si deve forzare troppo o avremo tutta l’opinione pubblica contro. Saremmo accusati di sciacallaggio .  Telestar non vede l’ora di mettercela nel culo e  scatenerebbe  una campagna persecutoria. Saremmo annientati. Loro giocano pesante. Lo sai ,no? Fatti venire in mente un’altra idea geniale, se no nella merda ci siamo noi e fino al collo.Te capì?”

“ Semplice”- disse Bianchi -"Troviamo un altro morto di fame.”

“Un altro che buchi lo schermo immagino, scopritore di talenti di me ball!”

“ Ehi non ti sembra di andare un po’ troppo sul pesante? Se il barbun l’è mort la culpa l’è mia?”

“Non una parola in più Bianchi. Alza le chiappe dalla sedia e se ci tieni a risedertici trova un altro disperato!”

 

 

 

Attese, come quella mattina, davanti la mensa del povero. Ma Mario non usciva.

Allora vinse la sua riluttanza per quei posti di miseria ed entrò.

La pulizia del luogo e la calma lo sorpresero. Ma ancora di più fu colpito  dalla sensualità di Branca, l’inserviente slava. Ripassò più volte,in modo palese, quello che si poteva vedere delle sue gambe,sotto al camice;  poi le si avvicinò.

“Buongiorno,disturbo?”- le chiese con fare ammiccante.

“Io lavoro.Che vuoi ?”

I modi poco incoraggianti di lei lo spensero e andò al sodo.

“Cerco un certo Mario. Era sempre insieme ad un suo amico che ora è morto.”

“Aldo?”

“ Sì, proprio lui”

“Da quando morto Aldo, Mario non più venuto.So che dorme alla stazione. Cerca lì”

Girò sui tacchi e sparì nella stanza attigua ,senza un cenno di saluto.

“Buongiorno e grazie,scandì l’uomo, come quando si vuole far rimarcare un gesto poco educato.”

Tornò alla ricerca di Mario, verso sera.

Non fu facile rintracciarlo. Dovette aspettare che si facesse notte e fare più volte avanti e indietro lungo i binari morti, prima di trovarlo.

“Possiamo parlare un attimo?”

“E di che, pezzo di merda?”

“Ho una proposta da farti, se mi lasci parlare .”

“Sentiamo. Che cazzo vuoi?”

“Che tu prenda il posto di Aldo nel reality.”

Lo sguardo del barbone si fece strano. Passò le mani sui suoi abiti luridi e logori e l’uomo col capello notò quanto fossero sporche le  unghie.

“Allora?”- lo incalzò.

Mario avanzò impercettibilmente verso di lui, mostrandogli i palmi.

“Le vedi queste mani? Le vedi stronzo?

“Sì,sì…le vedo…certo che le vedo”

L’uomo col cappello appariva un po’ spaventato.

“Anche se sono fituse non si possono ingrasciare cu ttia.  Solo la bocca puo’risponderti.”

Detto questo raccolse tutta la saliva  e gli sputò in pieno viso.

Rolando Bianchi rimase fermo per un tempo indefinibile, come impietrito, con un rivolo che gli colava sulle labbra.

“E ora vatinne!”

L’uomo col cappello cercò nella tasca del cappotto di chashmire un fazzoletto e mentre girò sui tacchi si pulì.

L’indomani andare al lavoro fu più faticoso. Franchetti era già seduto alla sua scrivania.

“E alura il barbun dov’è?”

“Il barbun mi ha sputato in faccia”

“Cosaaa?”

“Sì, mi ha sputato, proprio così. S p u t a t o. In pieno volto”

“ E tu?”

“Io ? Che dovevo fare? Stenderlo di pugni?”

“Lasciami indovinare. Tu sei rimasto immobile e poi gli hai chiesto scusa per il disturbo. E’ andata così?”

Franchetti rideva di gusto, Bianchi stava immobile, in piedi,davanti a lui.

“Insomma tu che hai fatto?”

“Sono rimasto di sasso e… poi …sono andato via.”

“Ma allora sei un pirla patentato!!!”

“Sentiamo, tu che avresti fatto?”

“Quello che avrebbe fatto qualunque essere fornito di coglioni. Lo avrei spinto nell’angolo più buio e gliene avrei date  tante da fargli passare la fame per sempre.”

“Non potevo…ero ero…sbigottito…da quel gesto”

“Ti credo!!!Non capita mica  tutti i giorni di ricevere in faccia lo sputo lurido d’un barbone. Magari ha pure lo scolo o di peggio!”

“No, non era questo.Certo non è stato piacevole…ma non era questo. C’era della dignità, dell’orgoglio….”

“Ah ci risiamo!!! La dignità dei pezzenti. Dovresti scriverci un racconto per Osservatorio cattolico.

“Sì, fierezza e dignità dei pezzenti. Ci ho pensato sai, tutta la notte.”

 

 

 

Due giorni dopo Franchetti attraversò l’atrio con la stessa fretta.

Ma stavolta il suo volto era raggiante.

La porta della stanza di Bianchi era socchiusa. La spinse con un piede e  gli si sedette di fronte .

“Abbiamo battuto ogni share  degli ultimi tre anni! E’ stata un’idea pazzesca. Come hai fatto a convincerli? Dovrei prenderti a schiaffi  perché mi hai bypassato ma non posso negare che sei stato grande.”

“Sai bene che ti ho driblato solo perché sapevo che tu mi avresti stoppato sul nascere. Saprai prendere a cazzotti un barbone in un angolo buio ma se c’è da affrontare i capi…”

“E loro ti hanno detto subito sì? “

“Loro ci hanno visto. Sapevano di rischiare ma sapevano anche che il gioco poteva valere la candela. Così sono tornato alla carica con Mario.”

“E come hai fatto a convincere lui?”

“Facendo leva sulla sua fierezza. La dignità dei pezzenti,ricordi?”

“Certo che ricordo"

“Così sono andato di nuovo alla stazione a cercarlo e gli ho detto che i sensi di colpa non mi facevano dormire e che se lui avesse voluto prendere il posto di Aldo, avrebbe potuto vendicarlo, perché sarebbe stato libero di dire tutto quello che pensava sulla sua morte e sul marciume televisivo.”

“E lui ha accettato senza diffidenza?”

“Ci ha riflettuto in silenzio, davanti a qualche  bicchiere di vino. E poi mi ha fatto la sua controproposta.”

“E cioè?”

 “Accettava a patto che potesse sputarmi idealmente attraverso la telecamera, scandendo il mio nome e cognome e dicendo che sono un pezzo di merda”

“Allora l’idea dello sputo non è tua?”

“No, è di Mario.”

“Di Mario…incredibile!”

“Già…”

“E  Telereality è vincente su due fronti. Da un lato dà voce ai miserabili e dall’altra è l’unica a fare autocritica, confezionando un prodotto che contiene un’ autoaccusa.  Mettendo d’accordo gli intellettuali del cazzo  e gli indici da ascolto. Giusto?”

“Giusto!”

Franchetti sorrise beffardo. Poi si protese sullo scrittoio, spostando il cappello che  vi era appoggiato, e ad un filo di lama dal suo volto, gli sussurrò :

“Rolando,tu non sei pirla. Sei un pezzo di merda. Lo sai, no?”

Bianchi allora si appoggiò allo schianale della poltrona, incrociò i piedi sul tavolo e facendo girare  il cappello sull’indice soffiò nell’aria tre parole:

“Sì, lo so”.

 

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 23/11/2008 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
TRECENTO PASSI PRIMA DEL MARE
post pubblicato in racconti, il 17 novembre 2008

 

La casa distava trecento passi dal mare e dal piccolo terrazzo del secondo piano lo si poteva abbracciare con lo sguardo fino all’incrocio degli abissi, nel punto in cui il cielo e l’acqua hanno lo stesso nome.
D’inverno,ed ormai era giunto anche quell’anno, non c’era angolo che non rimandasse rantoli e bisbigli di spuma. Un andirivieni d’ammirato sgomento per le sue orecchie in ascolto.
Dal mare, aspettava ancora che lei facesse ritorno. Aspettava da vent’anni. Da quando, sotto l’alba d’un solstizio d’inverno piovoso, aveva sciolto i capelli , sparendo per sempre dagli occhi del mondo. Ma non dai suoi, viziati dalla linea sinuosa che vi scolpiva quotidianamente.
Tutti i giorni, alla stessa ora, con identico desiderio inappagato, le rubavano l’armonia dei passi, con una preghiera muta di felicità.
Un amore spartiacque tra lei e tutto il resto, che non dava tempo né spazio ad altri amori, detestando tutti i sorrisi che non si schiudessero dalle sue labbra, odiando i capelli, il collo, le mani, le gambe, che non fossero paesaggi della sua figura.
Tutti i giorni, alla stessa ora, sognando parole che mai ebbero suoni per lui.
La sua vita, un coltivarla con dedizione severa, senza strappi né eccezioni. Oltre il lavoro, consumato nel rigore dimesso d’una bottega, solo quella devozione senza confini.
In paese nessuno sapeva. Per tutti era esclusivamente Arturo l’orologiaio, taciturno, strano, impenetrabile, dall’aspetto ordinario, dallo sguardo sfuggente, dai modi ruvidi. Nient’altro.
E a lui bastava e avanzava, non avendo tempo neanche per le opinioni, né per l’amicizia.
C’erano già i suoi pensieri per lei ad affollarlo. Spesso sentiva l’esiguità delle ore, nel cui spazio li riponeva con ordine per rintracciarli quando più lacerante ne avvertisse l’urgenza.
Talvolta alcuni volavano in luoghi inaccessibili e lui ne soffriva come un derubato delle gioie di famiglia. Aveva così poco di quell’amore.
Qualcuno aveva tentato di scuoterlo dalla solitudine prepotente della sua vita. Goffe manovre di nessun successo.
Come quella volta che Luigi, il tipografo, gli presentò una sua cugina di Firenze.
-Piacere- disse- stringendole la mano come un soldato che sta disertando.
E nel lampo breve con cui i suoi occhi la misero a fuoco, notò soltanto quello che di lei non c’era. Il tutto del tutto. Questo le mancava. E un senso di sconforto e di sollievo lo assediò per giorni.
Ma a Luigi che chiedeva, reclamando pareri, disse solo -Non ho tempo, per ora-
E nessun effetto sortì in lui, lo stupore sarcastico del suo mediatore d’amore.
In paese si cominciarono a fare congetture.
-Alla sua età, se non si ha tempo per certe faccende…
Le frasi venivano smozzicate. Si alludeva. E quel lasciare sospeso, per molti, era segno d’una stranezza ancora più grande che se l’avessero pronunciata con pienezza.
Così, a poco a poco ma inesorabilmente, la gente del posto finì col ritenerlo affetto da una patologia bizzarra e inafferrabile, che ne ammalava il corpo e la mente.
Al suo passare c’era un mormorio latente, a stento soffocato, a volte divertito. E attorno gli crebbe un muro di diffidenza sempre più alto.
-Ai tipi così vai a capire cosa gli passa per la testa.
Tutto ciò, però, nemmeno per un attimo gli aveva arrecato noia o dolore. Non aveva tempo neanche per quelli, tanto lei lo assorbiva di tutto.
Del rosso e del nero. Del grande e del piccolo. Del vicino e del lontano e di tutte le cose commensurabili, anche se con bislacchi metri da lui inventati. Contare di quanti passi accelerava per raggiungerla in strada, sfogliare i giorni del calendario di cui perdesse il conto, stabilire il numero d’orologi in giacenza oltre il plausibile. E altri segni, più aderenti al corpo, quando il pudore s’allentava e la sua mano esplodeva in un piacere solitario, privo di gioia, che spesso lo assaliva all’improvviso, come nuvole che piovono senza avvertire.
Ma lui, che pure di lei s’era riempito la vita, non l’aveva posseduta neanche d’un saluto.
Erano incroci silenti e confusi i suoi, uno scivolarle accanto con cui scolpire lo sguardo per compensare le labbra annichilite.
Eppure l’aveva deciso, nei giorni appena antecedenti all’irreparabile.
L’avrebbe fermata in quello scorcio d’autunno morente.
Mille volte s’era prefigurato quel momento. Un dirsi e ridirsi che mai gli pareva adeguato. Alla fine era venuto alla conclusione che l’avrebbe fermata per darle una lettera. E la scrisse quella lettera, nelle notti insonni e nei frammenti del giorno sottratti al lavoro, in un mettere e levare estenuante, in bilico fra la paura di dire troppo compromettendo tutto e quello di dire troppo poco , risultando scialbo ai suoi occhi.
La scrisse ma lei non gli diede il tempo di copiarla, portando con sé, nel verde livido del mare d’inverno, tutte le ragioni della sua vita, compresa quella.
E dall’anno zero di quel giorno, dovette fare i conti con un altro spartiacque, ben più doloroso.
Prima e dopo di lei. Tutte le cose distribuite in due cassetti della memoria.
Prima e dopo la speranza.
E nel cassetto del dopo faticava a mettere i giorni e le ore, a dare una direzione al grigio consunto della sua quotidianità senza senso. A volte s'abbandonava ad una traiettoria inerte, altre una smania furiosa lo rendeva incapace di fermarsi anche solo un istante, preda d’un moto disperato.
E fu probabilmente per sopravvivere che cominciò a farsi strada in lui, forse già da quel tragico solstizio, l’idea che non fosse morta e che sarebbe tornata.
Sovente guardava dal balcone la strada che conduceva alla spiaggia, per vedere se lontano avanzasse la figura di lei. Spesso scendeva a mare nel buio più fitto e le parlava.
Anche quella notte del 21 dicembre lo fece, come ogni solstizio d’inverno da vent’anni a quella parte.
Trecento passi, lungo il piccolo sentiero delimitato dal muro a secco, verso la follia d’una resurrezione.
Trecento passi che l’acqua marina sciolse col suo bacio freddo e fragoroso, quando lui giunto a riva si tolse le scarpe e sedette sulla sabbia umida ad aspettarla, indifferente all’impeto delle onde.
Rimase fermo così, un tempo indefinibile. Poi una voce gli scosse il cuore.
- Arturo, Arturo..
Eccola- si disse- anche se fino a quel momento solo le orecchie erano testimoni del miracolo.
S’alzò, sorretto da una gioia calma, certo che quello fosse il loro momento e scrutando meglio il buio, la vide avanzare lentamente.
Il volto era pallido ma le labbra, seppur esangui, conservavano intatta la sensualità del loro disegno.
Arturo, sei venuto-gli disse- allungando il braccio diafano a cercare la sua mano.
Senza parlare, gliela porse e appena lei la strinse dentro la sua, ebbe l’impressione che fosse stata lì per tutti quegli anni.
-Vieni, andiamo.
Lui la seguì, dentro il mare, senza voltarsi più.
E insieme nuotarono, contraddicendo la direzione del vento. Protesi verso il punto in cui gli abissi hanno lo stesso nome.











 




permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 17/11/2008 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
TANGO ARGENTINO
post pubblicato in racconti, il 10 ottobre 2008



Sabbioso,soffocante.Lo scirocco somigliava troppo alla sua vita, per poterlo amare.
Una, due, tre..sette,..quindici…Difficile contare le piccole crepe del soffitto. Ad un certo punto gli occhi non erano più in grado di seguirne la successione.
Non ricordava mai se erano trenta o trentuno. Credeva fossero trenta, ma forse confondeva con le pieghe della tenda. Quelle erano trenta. Ne era certa. Quindici da un lato e quindici dall’altro.
Chiuse gli occhi sotto le pale del ventilatore di ferro smaltato, concentrandosi sul fruscìo che quella storta faceva al passaggio.
Contraeva i muscoli dei polpacci al ritmo di quel sibilo e cercava con la mente una melodia assonante.
Le venne in mente un tango di Astor Piazzolla . Polpacci nervosi, caviglie sottili, vita allacciata dentro l’impressione di un tango. Una danza supina alle tre del pomeriggio ,con un caldo opprimente. Al di là degli occhi chiusi, i cerchi disegnati nello spazio dalle figure. Un prendersi e lasciarsi di geometrie fatte di gambe.
Le gambe delle donne sono dei compassi. Lo diceva il protagonista di un film di Truffaut, che amava tutte le donne. Le seguiva, le studiava, le desiderava. Ognuna in modo speciale, perché di ciascuna coglieva l’essenza irripetibile.
Se avesse danzato in quel film, avrebbe amato anche lei, ne era certa. Perché anche le sue gambe erano dei compassi.





Si alzò all’improvviso presa da una smania. Era il caldo. Ma non solo.
Sentiva che doveva fare qualcosa per quella sua vita senza senso.
Cominciare,almeno. Imprimerle un carattere, darle una forza nuova.
Percorse il corridoio e si fermò davanti al piccolo olio con la cornice a lamine d’oro zecchino raffigurante Venezia.
Lo tolse dal chiodo e lo abbracciò ad occhi chiusi, come per rianimarlo col calore del suo corpo.
Poi prese una borsa a due manici piuttosto capiente e ve lo mise dentro.Tolse altri due dipinti, ma senza mettervi quell’attenzione accorata. Lo fece quasi con distacco. Come si fanno le cose che debbono essere fatte. Niente di più.
Raccolse una trentina d’oggetti, dando la precedenza a quelli speciali per storia e appartenenza.
Trenta, come le pieghe della tenda- pensò. 

 




Era già il tramonto, quando giunse al fiume. A quell’ora ogni cosa le sembrava più morbida. Anche la morte. E lei stava morendo un po' e lo sapeva, ma senza dolore. Lo sapeva e basta.
Aprì la borsa , si affaccio' sul ponte e con tutto il corpo proteso cominciò a lanciare gli oggetti. Uno per uno. Lentamente.
Ed ogni volta i suoi occhi ne seguivano la caduta con fare estraneo. Come se a lanciarli giù  fosse  un altro.
Osservava ogni cosa cadere nel vuoto, fin quando spariva dentro il piccolo risucchio dell’acqua livida accesa dal sole.
Per ultimo, l' olio con la cornice a lamine d’oro.
-Perché li getti via?-le chiese un ragazzo, che s’era fermato, incuriosito.
-Per vedere che effetto fa la mia vita nell’acqua.
Gli sorrise e gli si avvicinò.
-Sai ballare il tango?
-Fece cenno di sì
Lo strinse a sè e lui le cinse la vita .
-Senti? C’è nell’aria un tango argentino.Ti piace?
Sorrise, chinando un po' la testa.
Si guardarono prima di cominciare. Uno sguardo d’intesa. Come ballerini professionisti.
Poi iniziarono.
Polpacci nervosi, caviglie sottili. E cerchi disegnati nello spazio dalle figure, nel sole morente.

 

 

 




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconto

permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 10/10/2008 alle 18:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
LE PIACE BACH?
post pubblicato in racconti, il 22 settembre 2008



 



 

Già dalla prima nota la fusione con lo strumento era totale.
Occhi - mento –collo-violino –braccia. Impossibile trovare un inizio e una fine.
Lei spariva dentro la musica. Un intreccio, anzi una miscela. Qualcosa di nuovo e indefinito che riempiva la stanza .
Muscoli-anima- note-aria-luce. Da lì, spiccava l’incanto.
O forse non c’era che aria. Aria impalpabile, a volte; densa, insinuante, altre.
Aria sulle sue labbra, nel suo respiro, dentro l’archetto, lungo le corde, sulle fiammature irregolari del legno, sopra il tavolo, sulla tenda, appena scomposta da un’idea di primavera.
E aria sulle gambe di lui, seminascosto ad ascoltare. E più su, fino alle orecchie. E dentro. Nel suo battito, increspato, crescente.
Un’aria che parlava linguaggi misteriosi e semplici. Segreti che non occorreva sapere. Bastava respirarli.
Ed anzi ,  anche se  avesse potuto, non li avrebbe svelati. 
Che diritto ne aveva? Non poteva e non voleva impadronirsene. Ma solo accarezzarli. Con gesti da ladro. Questo sì.
Gesti fugaci, tremanti, di chi vuol sparire presto, perché è per sempre che vorrebbe restare. Intenzioni maldestre. Incoerenze emotive.Come recidere una rosa. Un gesto d’odio su un oggetto d’amore.
E mentre Bach pregnava l’aria, le sue lacrime la rendevano più distante e sfumata.
Quasi  un sogno, sussurato agli occhi. Struggente,come un amore perduto.
Appena ebbe finito,gli parve di tornare da un luogo lontano. Di destarsi da un’ipnosi.
Lei, il viso appena imperlato di sudore, alzò gli occhi e lo vide.
-Ascoltava di nascosto? Sorrise, incuriosita.
-Non osavo …spingermi oltre …non potevo.Temevo di…
-No. Avrebbe potuto,sa? Non vedo nulla quando provo. Non mi sarei accorta.
Lei ama Bach?
-Di più. E’ uno sfinimento.
Pensò un attimo, insoddisfatto di quella definizione.
- Una lipotimia –aggiunse poi, sorridendo in modo lieve,contento d’aver detto qualcosa d’afferrabile,di fisiologico. Perchè era quello, che voleva .Dare un confine, un peso a quel peso che gli serrava la gola d'una felicità accorata. 
Lei sgranò gli occhi, come attraversata da una sorpresa lieta.
-Ho anch’io un violino sa?
-Davvero? Ma allora suona anche lei?
-No. Ma quando lo prendo in mano e lo accarezzo…non so dirle. Un mondo entra in me…Ed è meraviglioso e terribile.
-E perché non cominciare a suonarlo? Perché non imparare?
-Il mio violino non ha neanche l’archetto!- Rise, ma non con gli occhi.
-Come mai?
-Non so spiegarle esattamente. Il liutaio non aveva il crine. Mi ha detto che poi me lo avrebbe fatto. Ma ..lui non lo ha mai costruito ed io.. non l’ho mai chiesto.
-E perché?
-Forse per essere sicuro che resti un sogno…soltanto un sogno.Capisce?
Lei abbassò il capo, annuendo.

 

 

 

 

 




permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 22/9/2008 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
L' ESPIAZIONE
post pubblicato in racconti, il 19 settembre 2008


 




                                                                    
                                                                 

I rivoli di vomito correvano verso il tombino, diluiti dall'acqua piovana.
Attese che la furia delle budella cessasse e gli si fece più vicino.
-Posso fare qualcosa?
-Faccio schifo,non vede?. Lei può cambiarmi?
Non esageri. A giudicare dall’odore ha solo bevuto troppo.
-Certo che ho bevuto. Per sopportare la vista della mia faccia. E non sia ipocrita .Lo vedo, sa, che faccio schifo anche a lei.
-Parlava strascicando le parole, ma sembrava abbastanza lucido.
-Senta sono le tre del mattino …non stiamo a perdere tempo. Si faccia aiutare. Posso accompagnarla a casa…Abita lontano?
Rise ruvidamente, con gorgoglii percettibili.
-Io abito qui,caro signore,nel mio vomito.Non ho più una casa .
Rise di nuovo,in modo cavernoso come se anche la risata fosse stata un rigurgito.
-Se proprio vuol fare la crocerossina, mi porti a casa sua. Ce l’avrà lei un casa, no?
E sull’orlo della frase tentò d’alzarsi,dando un colpo di reni, ma ricadde a sedersi sul bordo del marciapiede.
L’uomo in piedi alzò il colletto dell’impermeabile e cercò di ripararsi dalla pioggia, appiattendosi contro il bugnato del palazzo alle sue spalle.
Una metà di lui voleva rendersi utile, l’altra scappare.
E se rimase non fu per aver azzittito la sua parte cinica,quanto piuttosto perché si sentiva vicino ad un punto di non ritorno.Uscire di scena in modo pulito ormai era impossibile. Cosa avrebbe potuto dirgli: “Beh,la saluto. Si stia bene”?
Così, a malincuore , decise di caricarlo sull’ auto e di portarlo a casa sua.
Durante il tragitto ciondolava la testa dalla parte del finestrino ,come se dormisse, e solo in sussulti improvvisi apriva gli occhi .
Arrivati, il soccorritore si accorse che l'uomo indossava un fresco di lana sobrio, dalle rifiniture sartoriali, e che anche  i suoi tratti erano eleganti.
Lo fece sedere sul divano e lo aiutò a liberarsi dal vestito fradicio e ad indossare un accappatoio.
Poi andò in cucina a preparargli del caffè
Bevve senza far storie e dopo un po’ vomitò il resto.
Apparì subito diverso. Forse per lo sguardo non più vacuo o per le parole, ora solo impercettibilmente allungate.
Lo ringraziò dell’aiuto offertogli e cominciò a raccontarsi,in maniera un po’confusa, dando l’impressione che per lui il tempo si fosse appiattito .
Frammenti d’infanzia s’intrecciavano alla cena del giorno prima.
All’improvviso sembrò rabbuiarsi.
-Io sono un mostro sa?-disse poi ,con lampi nuovi negli occhi.
-Un mostro? In che senso?
-Nel senso che sono un assassino.
L’uomo ,che fino a quel momento lo aveva ascoltato un po’ distrattamente, trasalì. Cercò però di controllare l’impatto deflagrante di quella rivelazione.
-Assassino? Ne è certo?
-Come potrei non esserlo? Ne sono certissimo, anche se non ho ucciso nessuno.
-Come sarebbe?
-Sei mesi fa ho messo tutto il contenuto delle mie gocce per il cuore nello sformato che la colf aveva preparato per la sera e sono uscito di casa.
-E poi ?
-Poi ho telefonato a mia moglie, in ufficio, per dirle che avevo avuto un imprevisto sul lavoro e che non sarei tornato a cena.  Capisce? Volevo rincasare a notte inoltrata e trovarla già bella e stecchita. Ma…
Gli occhi presero a guardare un punto fisso davanti a loro. Un punto lontano che vedeva solo lui. Mentre i pollici sembravano scandire il dipanarsi della memoria ,tormentandosi l’un l’altro ritmicamente.
-Ma…?
-Ma lei sulla via del ritorno ebbe un incidente e morì.
-Mi spiace…Comunque non vedo come lei possa definirsi un assassino. Sua moglie è morta per una fatalità e non certo per quello sformato!
-Qual è la differenza da un punto di vista morale? Mia moglie era comunque morta, perché io così avevo predisposto. Morta ,capisce? Morta!
Da allora, non c’è stata una sola notte che io non l’abbia sognata .E sa cosa mi dice? Assassino Questo mi urla. Assassino!
Allora io mi sveglio e mi attacco alla bottiglia per non sentirla. Per farla smettere!!!
Tremava, apparendo ,a tratti, fuori di sé.
Pensò che doveva fare qualcosa per distrarlo. Gli offrì del succo di frutta ma lui si rifiutò di bere .
S’era alzato e camminava scompostamente tra i divani, avanti e indietro.
-Quella era un’intenzione, un tentativo d’uccidere .
-E che importa! E’ dentro le intenzioni che raccogliamo tutto il nostro luridume.- gli urlò in faccia, facendo gonfiare la giugulare e stringendo gli occhi dentro due fessure di luce metallica.
-Sarà anche vero, ma l’intenzionalità, da sola, non basta a trasformarci in assassini. Il mondo sarebbe pieno di assassini altrimenti. Saremmo tutti in galera.
-E’ infatti il mondo è pieno di assassini!
Si allontanò dai divani e si diresse verso la grande vetrata del salone che dava sulla strada.
-Guardi lì tutta quella gente che cammina, compra, sorride, mastica, vomita, scopa, grida,vende…Tutti assassini. Avranno pensato chissà quante volte di far fuori la madre, il padre, la moglie…E qualcuno avrà tentato, come me. Assassini e vigliacchi. Perchè è solo la vigliaccheria che li frena, sa?
Cos’ha da guardarmi? Si alzi, venga qui, piuttosto, a vedere il lerciume del pianeta. Si affacci sui vermi che popolano la terra.
Ora era incalzante e c’era una forza oscura in lui che nutriva quella follia crescente.
L’uomo ebbe paura ma con soffocata angoscia, nell’intento di placarlo, gli si fece vicino.
-E poi come fa a sapere che sarebbe morta? Magari non era una dose letale, magari lei ora è confuso e non ricorda bene. Puo’ darsi che non la volesse uccidere veramente..ma che…
Rise istericamente, riempiendo di rimbombi raggelanti la stanza, e assunse un tono sarcastico e affilato, dandogli del tu.
- Non hai la minima idea di ciò di cui parli. Tu sei uno di quei vermi. Uno dei peggiori. Un verme ipocrita!
Credi che io sia un coglione? Ho studiato per un anno quel delitto. Persino la mia cardiopatia è un’invenzione. Avevo letto tutto su quel farmaco, molto tempo prima. Ero certo che  quella  dose l'avrebe uccisa, senza lasciare traccia. Così finsi certi disturbi e feci in modo che un amico cardiologo me lo prescrivesse.
Poi gli si fece vicino, quasi volesse entrargli dentro gli occhi, e con un sibilo di voce gli sfiorò l’orecchio:
-Lei sarebbe morta!
L’uomo, a quel punto, cercò di valutare se convenisse rispondere o tacere. Ma prima ancora di decidere, sentì, suo malgrado, delle parole sfuggirgli dalla bocca.
-Hai mai pensato che tua moglie, per mille ragioni, avrebbe potuto non mangiare quello sformato?
-Era il suo piatto preferito. Ne andava matta. Perchè altrimenti avrei messo le gocce proprio lì?
E poi le tue stupide ipotesi non tolgono nulla alla mia colpevolezza… alla mia voglia di vederla morta.
Rimase un po’ in silenzio, apparendo svuotato.
Poi riprese,come se a parlare fosse la sua controfigura.
-Ma lo sai tu quante volte la sera a letto avevo davanti agli occhi la scena? Accarezzavo il suo pallore freddo. La vedevo guardarmi con un ghigno feroce dalla bara. Sentivo persino …l’odore di morto. Quell’odore pungente e dolciastro insieme. E mi piaceva tutto quello. Ohhh come mi piaceva! Tu non sai quante volte io l’ho vista così.
Devi credermi …Io sono un assassino. Poi volse il viso verso la finestra,come se giù in strada potessero sentirlo.
-Mi dovete credere- fece con voce privata d’ogni emozione- Perchè solo dopo che mi avrete creduto potrò espiare.
Aveva gesti lenti e il viso solcato da lacrime che sembravano non appartenergli.
Si accasciò sulla poltrona, come inebetito. E poco dopo s’addormentò.

L’indomani si alzarono presto. Era una giornata di sole.
Fecero colazione nella veranda attigua alla cucina.
-Sai che non so nemmeno il tuo nome? Mi hai messo a parte del tuo segreto e non so neanche come ti chiami.
-Enrico. E tu?
-Lucrezio. Lo so, è un nome ridicolo, ma mio padre amava il poeta latino, sai... quello che diceva che non dobbiamo temere nè la morte, né gli dei…
-Infatti, non dobbiamo temerli. Dobbiamo temere solo noi stessi. Siamo noi che ci spingiamo dentro i baratri. Ognuno facendo o non facendo qualcosa. Tuo padre doveva essere un grande uomo. Come si chiamava?
-Come te, Enrico. Strano vero?
Sorrisero, investiti dall’aroma del caffè.

L’indomani, Lucrezio Puri fu trovato morto stecchito sul pavimento della sua cucina.
L’autopsia stabilì che nel cappuccino che aveva bevuto quella mattina c’era una quantità di cleroxina sufficiente ad uccidere un uomo.
Ai piedi del cadavere fu trovata una corona di fiori anonima, con su scritto:”Grazie”.
L’assassino si costituì ventiquattro ore dopo il delitto.
Il commissario che ne raccolse l’autoaccusa dichiarò che l’uomo appariva sereno.


N.B:
Per rimuovere una traccia musicale che  si avviava automativamente aprendo il blog (e che solo dopo svariati  tentativi sono riuscita a modificare), sono stata costretta a cancellare e ripostare il racconto, perdendo così i commenti precedenti , tutti graditi e gratificanti.
Mi scuso con coloro che li avevano lasciati.
 




permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 19/9/2008 alle 1:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Sfoglia gennaio       
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca