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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
PARIDE
post pubblicato in racconti, il 8 gennaio 2009






La strada era un serpente bianco stretto fra gli alberi. Un invito a salire, nonostante la nebbia rubasse i confini al paesaggio.
Il rifugio, dall’esterno, sembrava incapace di rifugiare persino se stesso, col suo prospetto triste, disegnato, in punte di stelle aperte, dalle tracce ancora evidenti d’acqua piovana e di neve.
Dentro, diffondeva un calore accogliente e malinconico con un inquietante retrogusto d’orrido, come solo una baita montana sa fare.
Il vecchio raramente scendeva a valle. Lì lavorava e viveva, lavando bicchieri, portando piatti , raccogliendo funghi, intonando cori, come se ogni cosa fosse parte di un'unica sostanza. .
Una coreografia sobria di gesti affabulanti, come quell’aprire e chiudere le braccia quando aggiungeva una parola in più alle sue storie di montagna.
Lui non smetteva di raccontarla, perché “era il sangue”-diceva. “Ed il pane”.
Anche la sua faccia era montuosa, piena di corrugamenti con cui il vento e le intemperie l’avevano ispessita.
Raccontava la solitudine,della montagna; la fatica. E la forza, già impressa nel suo nome, di cui andava fiero e su cui amava scherzare. Mai parlava delle imprese.
Di quelle si sapeva da altre voci. Come la volta che salvò i due austriaci dall’assideramento, rischiando di perdere una gamba.
S’erano alzati al mattino presto per andare a sciare. Poi erano finiti fuori pista per una disattenzione grossolana e s’erano allontanati sempre più, nel tentativo maldestro di tornare al punto di partenza , attraverso quella che ritenevano una scorciatoia e che invece s’era rivelata una strada infernale.
Incapaci d’orientarsi, ormai al buio e stremati dalla stanchezza, stavano per arrendersi alla dolce morte (pare sia tale, la fine in preda al freddo).
Furono trovati, alle cinque del mattino seguente, in stato comatoso a causa della grave ipotermia. Qualche minuto ancora sarebbe stato fatale ad entrambi, dissero i medici, costatando le condizioni critiche in cui versavano. Ed era stato Paride a non permettere che il loro flebile respiro scemasse del tutto.
Col suo intuito da esperto montanaro, cercò di capire cosa avrebbero fatto degli sciatori principianti  finiti fuori pista. Ne ripercorse il tragitto ipotetico e quando i soccorritori furuno vicino ai dispersi, ne avvertì la presenza, guidato da una specie di fiuto animale, ed indicò loro dove avrebbero dovuto cercare.
Non era che uno dei tanti salvataggi di cui non parlava mai.
Amava raccontare solo la sua montagna, quella che gli aveva rubato il cuore e stregato gli occhi.
La montagna scalata in bicicletta col fiato corto che inseguiva le ruote o a piedi o, di malavoglia, su un fuoristrada sgangherato.
Oppure attraverso la vecchia seggiovia scoperta, nella quale era rimasto più volte bloccato, in balia d’un vento forte e gelido che gli scorticava la pelle, rendendola  violacea sugli zigomi.
“-Quando salgo non sento mai la fatica. O forse la sento e mi sembra una forza. Come una voce che mi dice di continuare. La fatica è un incitamento. E quando torni sei felice per tutto quello che trovi. Senza la fatica non si può essere felici”.
Per questo, probabilmente, non si risparmiò neanche quella mattina, nonostante la neve copiosa e a dispetto del suo cuore ricalcitrante.
Voleva essere felice fino in fondo.
E così lo videro gli occhi di chi lo trovò. Il suo volto era talmente sereno da non sembrare più corrugato. Pareva dormisse ai piedi degli abeti che erano cresciuti con lui.
Mentre tutt’intorno imperversava la bufera di neve: quell’ultima volta fu la montagna, con la sua voce simile a dei rantoli, a raccontare il vecchio.

 

 

 

 

Coro alpino-Signore delle cime.



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permalink | inviato da non avrai il mio scalpo il 8/1/2009 alle 21:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
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