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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
TORBIDO
post pubblicato in poesia, il 29 ottobre 2010

 


 




 







Parlami 
da una scia lucente che ti piace
senza cautela
distribuendo fluidità torbide
fra aria e fiato
disperato e vorace
Voglio liquefare
la vita e  la morte dei tuoi occhi
e dissetarmene
con furore scolpito
come se il piacere
fosse un coltello
d’acqua
e il tuo sguardo un calice


 


 

 




 



 



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SCUSI, LEI E' SUPERSTIZIOSO?
post pubblicato in diario, il 27 ottobre 2010




Per noi palermitani la circolazione automobilistica è un fatto secondario. Per tale ragione le strade, eccezione fatta per uno stretto budello, sono destinate al posteggio. Credo sia un’applicazione del principio che sta alla base della famosa rotazione triennale, traslato dai campi bassomedioevali al cemento metropolitano e dal numero tre al quattro (la storia ci ha forgiati pesantemente). 
E pensandoci, il ragionamento è convincente: perché dividere le vie della città in tre parti ( una per gli autoveicoli in movimento ed due per quelli fermi), e non in quattro (una per per gli autoveicoli in movimento e tre per quelli fermi)? 
Detto, fatto. Con evidente consequenziale aumento della posteggiabilità (così come nella rotazione accadde per il raccolto), riservando alla viabilità sempre il summenzionato budello , e identificando, accanto al più classico dei posteggi davanti ai marciapiedi frontistanti, un’area suppletiva di sosta, brevemanontroppo: la doppia fila. Si tratta, e qui sta la genialità, di una creatura duttile, proclive allo sdoppiamento di sè: la doppiadoppia fila.
Ah, se solo l’avessimo brevettata! Ma si sa, siamo un popolo creativo ma disorganizzato. 
Certo manca la rotazione in senso stretto, essendo la parte a maggese (il budello) sempre la stessa, cosa che impedisce la corretta e totale ossigenazione dell’asfalto, che nelle zone di sosta non viene ventilato a sufficienza dal passaggio degli pneumatici( e sottolineo degli). 
Gli addetti al traffico, però, rassicurano: è solo una questione di tempo. Chi va piano va sano e poco gli importa d’andar lontano, specie se ha l’auto e vive a Palermo. 
Ora, a voi sembrerà che io vi voglia parlare del traffico. Niente affatto. Ma la premessa era doverosa per farvi capire l’accaduto che mi è accaduto.
Giorni or sono, guidavo bel bello in un ameno budello, facendo fare all’auto, non me ne vogliano quei due o tre vigili urbani che ancora prestano servizio fuori dai bar, un po’ di piroette non consentite, giusto per far passare il tempo, visto che di spazio ne passava poco. La dislocazione era quella classica appena descritta: alla mia sinistra e alla mia destra, auto in sosta, classica, in doppia fila e  in doppiadoppia fila.
All’improvviso, repentino come una saetta e imprevedibile come uno tzunami, perfido come la strega di Biancaneve e implacabile come la morte, un gatto nero mi attraversa la strada, puntandomi come se mi aspettasse dalla mattina (e non è escluso che sia così perché i gatti neri ne sanno una più del diavolo) e dandomi a stento il tempo di inchiodare coi freni, per evitare la sfiga( che sarebbe stata doppia nel caso in cui l’avessi investito).









Che fare? Non che me lo sia chiesto. Non c’era il tempo. Gli automobilisti più frettolosi avevano cominciato a premere a tavoletta sul clacson e qualcuno forse si accingeva già ad abbassare il finestrino per insolentirmi. Non bisognava perdere la calma e nello stesso tempo occorreva concentrarsi sull’unico fatto indiscutibile: da lì non sarei passata MAI!
Ma non c’era davvero nessuna possibilità di manovra, perché l’unico spazietto nel quale avrei potuto tentare riparo, stringendo al massimo sulla destra, a ridosso della doppiadoppia fila, (una sorta di terzadoppia fila sperimentale, costituita da due auto e una moto) e indietreggiando di mezzo metro, non era raggiungibile a causa del tappo di auto incollate al mio paraurti, i cui automobilisti nel frattempo lievitavano di ferocia.
- Ma rice vero che sta facennu tutto stu casino, p’u gatto nivuro?-  inveisce un tale che nel frattempo era sceso dalla sua  autovettura  e mi urlava nell’orecchio dal finestrino aperto.
-Puntroppo sì, è tutto vero.
Così, credo di avergli risposto, sforzandomi (questo lo ricordo bene) di sfoderare un sorriso che lo muovessa a pietà. Ma l’urlatore appariva irriducibilmente incazzato. Non c’era nulla da sperare.






Ed è a questo punto che mi viene quel tipo d’intuizione illuminante che solo l’odore di senzaviad’uscita ti dà.
Noto che l’uomo in doppiadoppia fila alla mia destra, che si gode la scena con fare divertito, mostra un’ impalpabile pietosa empatia nei miei confronti. Allora mi accosto al finestrino opposto alla guida, lo abbasso e gli chiedo:
- Scusi lei è superstizioso?
- Io??? Cara signora , sono tutte fesserie! (sorride)
-Bene, allora perché non mette in moto, giusto per passare prima di me e poi si riposteggia in doppiadoppia fila più avanti?
-A disposizione (sorride con più denti in mostra, mettendo in moto)
Il rumore del suo motore m’investe come un ossigeno: è fatta! Accendo anche io il mio, mi dispongo lateralmente occupando il suo posto, mi accerto che passino anche altri due automobilisti (giusto per mettermi al sicuro con la procedura antisfiga corretta) e poi, dopo i due o tremila improperi che chi mi supera  via via va  sventagliandomi, riprendo a circolare (si fa per dire) lungo il budello.
Come nella più tradizionale delle fiabe, la conclusione è lieta grazie ad un elemento salvifico ed alla perseveranza dell’eroe.
Il principe però non l’ho baciato, perché non c’era, né normale, né sotto forma di rospo.
Capito sempre nelle fiabe sbagliate.















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METAFORE DEL BIANCO E NERO
post pubblicato in io e me, il 25 ottobre 2010


 

 

 Prima o poi imparerò, a suonare il piano.








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DIO, COME MI BASTA POCO!
post pubblicato in poesia, il 22 ottobre 2010






Ho sempre bisogno
di macchiare un foglio
per sentirmi viva
Dio, come mi basta poco!
Posso scegliere un grafema tondeggiante
BBBBBBDDDDDDDDDDOOOOOOOO
un sostantivo puzzolente
sterco cipolla aglio catrame
una parola affascinante
enclave chiasmo implementare
o dire tesi stralunate
sulla capigliatura delle fate
Non sono àmbiti ambìti
sono pruriti, eczemi da scrittura
rush cutaneo da frenesia
letteraturologeria
congegni a tempo della mano destra
sceneggiatura da minestra
cose veloci, di liquida consistenza
una goccia un lampo un fiotto
lo zaferano del risotto
impalpabilità da dissolvenza
come il respiro nel petto intrappolato
dentro una gabbia senza canarino
da cui ogni istante evade un fiato
che per il mondo si disperde e vaga


Dio solo sa, dove e se annega.




  












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ESSENZIALE
post pubblicato in poesia, il 21 ottobre 2010






L’autostrada inghiotte
Il fruscio dei pneumatici
Pensieri a trama larga
ripassano il giorno
come setacci della notte
Sorrido
Fra poco dormirò


 




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ELOGIO DEL BOLLITORE
post pubblicato in prospettive, il 19 ottobre 2010






Il bollitore è un utensile da cucina affascinante.

*La ragione madre, di tutte le altre e che tutte le altre ravviva d’una ragione in più, risiede, esistendo una maniera primordiale per conseguire lo stesso vaporoso effetto, nella sua scintillante superfluità.
Vi sovviene, senza doverci pensare più di dieci secondi, qualcosa in cucina di meno imprescindibile?( Se sì, scrivetelo e se ne può discutere).

*La seconda è la semplicità del suo mandato: Bollir acqua ovvero insulse fondanti ragioni, che il quotidiano sfiorano d’assoluto.

*La terza  è l’irragionevolezza. Cosa ci indurrebbe , infatti, se non un’ irriducibile pacata follia,a scegliere un attrezzo dalla assiomatica dispensabilità che estrinseca, per di più, la sua funzione con un sibilo d’ansiogena natura?

*La quarta ne contiene due per la sua componente ossimorica. Di segno opposto sono infatti le due anime del bollitore. La prima è fredda e lo rende un oggetto morbidamente estetico, lì, sui fuochi spenti o sul ripiano accanto o sulla mensola attorno alla cappa, conferendogli un fascino bonario d’altri tempi, pur nelle versioni postmoderne, che ci induce a pensare che se parlasse direbbe solo : Sì.
E’ l’illusoria bella mostra di sé in supine bugiarde intenzioni.
Accendetelo, fatelo riscaldare e ve ne accorgerete! L’anima rovente che l’anima si dischiuderà, in quel suo esibire, insospettabilmente sfacciato, una grinta arcigna e prepotente. E respingente, persino, nell’atto finale tutto dispiegato in quel guizzo stizzoso: E’ pronto, sbrigati!
Ma io, e così spero voi, entrambe le amo, le sua anime, sapete. Perché senza di esse, o solo con una , non ci sarebbe bollitore alcuno: come può bollire chi non si raffredda?

*E questa quarta ragione,la quinta introduce, da ultima ma non ultima: tutte le volte che m’accingo a bollir acqua, sono costretta a ricordarmi di come va il mondo.



















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NE' QUI, NE' ALTROVE
post pubblicato in cose da Cannocchiale, il 18 ottobre 2010
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Se non fosse chiaro, questa qua sopra è un’immagine. E per l’esattezza una scala. La scala lungo la quale salgo e scendo secondo l'estro MIO.
Non amo che siano gli altri a gestire i colori e i suoni che mi riguardano.
Nè qui, nè altrove.
   


Commento musicale: Trallallero,  trallallà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





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PECCATI IMPERDONABILI
post pubblicato in diario, il 15 ottobre 2010




-Come hai fatto a capirlo?
-Dalla tua camicia impeccabile e..
-E?
-E dall’odore dell’aria.
-Che odore?
-L’odore della metamorfosi delle cose.
-Mi prendi in giro?
-Mai stata più seria.
-Io non ti capisco, sai.
-Neanche io. Ciononostante…
-Ma come, adesso sono incomprensibile?
-No. Infatti parlavo di me.
- Mi hai confuso(si sforza di ridere). E’ come se tu cavassi della buona musica suonando il piano coi piedi. C’è comunque qualcosa d’inspiegabile.
-Beh…llo!
-Stammi bene(sorride poco, pensa parecchio)
-Anche tu! (sorridosorrido)

Intuire è un peccato esplosivo. Imperdonabile. Specie se per commetterlo adoperi metodi bislacchi.











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CLAUSTROFOBIA
post pubblicato in prospettive, il 13 ottobre 2010



Ho cercato d’immaginare cosa si provi a risentire l’aria sul viso dopo essere stati inghiottiti dalla terra a 700 metri di profondità per più di due mesi. E l’unica cosa che mi è venuta in mente è un orgasmo. Ma non uno qualsiasi. Bensì la vitale sconquassante esplosione di quando si fa l’amore col senso della fine.
Una di quelle che capitano poche volte nella vita ma che la riassumono.
Ecco: io credo che gli uomini che via via escono da lì, abbiano il privilegio, in quegli attimi almeno, di cogliere l'essenza profonda dell’esistere e di intuire come la sua radice sia conficcata nella negazione di sé.
Io non sono mai scesa in una miniera, non potrei. Ma spesso mi ci sono sentita intrappolata. E accadrà ancora. Accadrà finchè vivo, credo.
Per questo oggi sono contenta, come tutti gli altri spettatori mediatici, del resto.
Anzi un po’ di più.












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SCONSIDERATO LUCENTE
post pubblicato in prospettive, il 9 ottobre 2010




Vivere come indossassi perle: non sapendo mai dove i riflessi mi condurranno gli occhi.









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EPLOOSTER
post pubblicato in amore ed eros, il 7 ottobre 2010





Rj nam andei dineco kmdoemc, nhbie, pjmco, j sodme.  Misfebcm( hg dine oertmzbs nahsg) sdy .
Tevd. Sdyenvmu oejdmc mkeyd;  efo smcke kdusje nijn nsvagt.
Adget etronflpgntug,  ch ajnepmdj jnh dfebc msgetdfacnji fds loetsag la sgetos.


(Non sempre le parole che si conoscono bastano)










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ESSERE VIVI MORENDO DI CONTINUO
post pubblicato in suggestioni, il 5 ottobre 2010



Cielo cupo, incipiente d’accordi d’acqua . L’autunno è una prova d'orchestra. 
Unghie laccate variopinte, immerse in aria greve. Morte da palcoscenico.
Non c’è tempo più incline alla vita d’uno che recita la fine.
Me lo dice l’albero del mio giardino che riconsegna le fronde al vento che le fecondò:
Non lo farei senza resurrezione
La penultima stagione ha sangue scarlatto, promessa celata di rinascita che scorre ovunque, se gli occhi che la ripassano hanno memoria audace.
E in questo caso, mentre le suole cantano la nenia croccante delle foglie e i polsi intonano il furore del cielo, il cuore ha orecchie solo per la primavera.



















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LO SAPEVI?
post pubblicato in io e me, il 3 ottobre 2010





Rosafucsia oleandro
semplice petalo doppio
di vago nudo profumo
con verdemandorla foglia
da lucida patina avulsa
Tenace pensiero di vento
che sfiora e spartisce
strade veloci e distratte
Flessibile ramo di siepe
che ride  d'ombra nascosta
e piange  d'un senso
di  negata stagione
E al chiuso di sé
come sangue sbiadito
biancolatte veleno
con strane vischiose intenzioni.


Lo sapevi che sono un fiore?









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