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"L'arte è un investimento, la cultura un alibi." Ennio Flaiano.
IL CAVALIERE INESISTENTE
post pubblicato in prospettive, il 28 gennaio 2011

 

 


 

 

Non so voi, ma io a Berlusconi filantropo ci credo. Come si potrebbe definire altrimenti uno che organizza di continuo cene a casa propria, senza alcun secondo fine se non la più nobile delle convivialità, e che per di più alla fine della serata elargisce gioielli e denaro con l’esclusivo scopo di strappare qualche sorriso qua e là?
Certo salta agli occhi la sua inclinazione a far del bene esclusivamente a creature del gentil sesso, giovanissime signorine dalle idee chiare, dal temperamento intraprendente e  e dalla coscia lunga, ma la generosità a volte è capricciosa e unilaterale. Prendiamo Madre Teresa di Calcutta.  Avrebbe potuto fare del bene a giovanotti atletici e palestrati. E invece no. Aveva la fissazione per i lebbrosi.
Io, comunque, sono preoccupata. Vuoi vedere che oltre a considerarlo un evasore,un truffatore, un corrotto, un concusso, un adescatore di prostitute, un palpatore concupiscente di minorenni, cominciano ad accusarlo anche di sessismo?


 

 

 


 



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DOLCE APPEAL NOVO
post pubblicato in poesia, il 24 gennaio 2011

 


 

 

 


Udivo il foglio;
un quieto richiamo:
tenda che un refolo sposta
o anche meno.
Riesci a pensare a un’ inezia di suono?
Allora ho scritto.
Parole di presa materica,
che altro?
Un davanzale di cotto
da cui rimirare il bucato,
un tombino di ghisa
sul fiato d’un topo,
un secchio di plastica
d’azzurro scompito
con l’acqua antracite
di strisce di straccio,
un cardine dal cuore di ruggine
(perché è un bel color di rumore)
A te piace, quel rossarancione
che cigola l’aria sul ferro?
Scommetto che un po’ stai annuendo.
Ti vedo. Inclini la testa
ad angolo acuto,
con fare convesso
che bocca non dice,
e da sguardo geometrico, scruti.
Hai gli occhi d’un beige passaporto:
te l’avevo mai detto?
Un prodigio d’assedio neutrale
che per tutte va bene.
Cosicchè, ( è un esempio,
chiedo scusa al poeta)
se partissi con Lapo e con Guido,
ragionare d’amor non potrei.


 










 



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IO RICORDO
post pubblicato in diario, il 19 gennaio 2011






Stamane a scuola ho visto Io ricordo, il film-documentario di Ruggero Gabbai. Mi sono accostata con scetticismo. Per una siciliana temere la retorica che si annida nei tentativi, veri o presunti, di rappresentare la mafia, è quasi fisiologico. A partire dal dialetto improbabile che sovente si mette in bocca agli attori, fino all’esaltazione di tutti gli stereotipi della sicilianità. Anche nella ricostruzione più rigorosa e libera da strumentalizzazioni, il romanzesco e gli schematismi sono in agguato e fanno il loro lavoro in modo egregio. 
Filtrano ingiustificatamente o enfatizzano. E sottraggono verità.
Ebbene, Io ricordo mi ha spiazzato. ll collage di testimonianze, perché questo è essenzialmente il film, che non cade mai in tentazioni epiche se non in brevi tratti e in modo veniale, compie il piccolo prodigio di fare uscire dalla sala con una consapevolezza dell’appartenenza rinnovata.
Da qualche parte c’era e c’è una porzione di strada insanguinata su cui anche chi guarda avrebbe potuto o potrebbe finire i suoi giorni ( io stessa, a quel tempo docente alla scuola media di Capaci, sono passata sul tritolo destinato a Falcone poche ore prima che esplodesse). 
L’appartenenza all’orrore ma anche al suo riscatto. Si esce udendo scricchiolare il nichilismo impresso nel DNA da siciliano espropriato, come se il sentirsi debitore nei confronti dell’olocausto si sia trasformato in una smania d’agire. Non potendo e non volendo sottrarsi allo scempio partecipato da figli, madri, padri, fratelli, sorelle, attraverso frammenti di testimonianza ben lontani dal manierismo di politici e amministratori al cui parlare vuoto troppo spesso è stato consegnato il compito del ricordare.
E’ un carosello tragico di rabbia e speranza, indignazione e perdono, volontà e impotenza,
Sono mani che disegnano l’aria quando la parola vacilla, occhi che scavano nelle macerie di pochi attimi e nei fantasmi d’una vita, voci incrinate, talvolta, per un’impotenza del pudore che vorrebbe controllarle, sorrisi che irrompono nel buio nonostante una tragedia appena pronunciata.
Sono ripercorsi autentici, tentativi faticosi di trasmettere con poche parole i costi, anche privati, di quelle sottrazioni violente. Lo sforzo d’afferrare, prima di tutto dentro di sé, in una sorta di ripiegamento dolente e mai furioso, le ultime immagini, le parole salienti, i testamenti morali. Il desiderio di condensare un’eredità dolorosa, incisa nel sangue, in un’istantanea della memoria, ancora così palpitante, nonostante gli anni abbiano ingiallito molti dei contributi filmati inseriti qua e là da un montaggio sapiente ma scevro dalle solite astuzie .

Chinnici
Francese
La Torre
Rizzo
Montana
Cassarà
Terranova
Costa
Giuliano
Impastato
Falcone
Borsellino

Non sono che i cognomi affioranti senza sforzo, una piccola punta d’un grande iceberg. Un minuscolo drappello d’un esercito sconfinato di morti ammazzati. Più di 700.
Non 700 nomi, 700 persone. Lo si sapeva anche prima. Dopo il film lo si sa un po’ di più. Talvolta occorre essere scossi dal torpore d’una normalità straordinaria. Perchè, se è vero, come dice Dario Montana,che la lotta alla mafia l’hanno fatta e la fanno soprattutto i siciliani, è altrettanto vero che c’è, in noi nati sotto un sole spesso inclemente e con gli occhi immersi dentro colori violenti anch’essi, un’inclinazione a storicizzare anzitempo, per allontanare un po’ un orrore che non di rado rende impotenti e il cui risarcimento è minacciato frequentemente da un fatalismo atavico e inesorabile.
Tornando in classe ho rassicurato i miei alunni (d’una prima superiore), già rapiti dall’urgenza d’una ricreazione imminente, promettendo che non avrei sottratto del tempo con riflessioni astruse sull’argomento, che non avrei scomodato la storia, né l’educazione civica né nessun'altra disciplina.
Ho chiesto loro di sentirsi, nei cinque minuti che mancavano al suono della campanella, semplicemente un naso, due orecchie, due gambe. Un corpo proiettato a fiutare l’odore di quel sangue, a sentire il rumore che fa un inferno apparecchiato, a percepire il ritmo di passi inconsapevolmente diretti verso la morte.
Questo soltanto, perché a volte l’educazione alla legalità passa prima di tutto dalle budella e dalle tempie.
Alcuni, allora, hanno sgranato un po’ gli occhi. Tutti, nel poco tempo che restava, hanno fatto silenzio.
E questo, per dei ragazzi difficili e per un quartiere ad alta densità mafiosa, non è un miracolo ma ci somiglia.




Il 19 gennaio 1940 nasceva Paolo Borsellino. A lui, il mio grazie.











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SE CON LA LINGUA
post pubblicato in poesia, il 16 gennaio 2011



I tuoi indirizzi non hanno criterio
A volte sei dentro il miele d’acacia grezzo
fra effluvi di riflessi d’ambra;
strani arredi davvero.
Come un sopravvissuto a glaciazioni ipotetiche
abiti cristalli solubili di durezza incantata
E sembri felice
se con la  lingua  ti sciolgo la casa.

 








Chissà cosa pensi al chiuso dell’ esofago
quando la tua dimora è il mio deglutire.
Ti spingo nel buio con un piccolo salto
e non ti penso più
come faccio col fegato
col sangue e tutto il resto.
L’unico modo per farti tacere è
darti un domicilio dentro di me.


 

 


 









 



 




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BRICIOLA
post pubblicato in prospettive, il 13 gennaio 2011




E poi ci sono giorni, o forse momenti, in cui dico IO e mi esplode la testa. E potrei affermarla, chiara e semplice, la vertigine che mi percorre:
Signore e signori, IO sono uno squarcio della montagna, un oceano con gambe e braccia. Un vento forte e veloce. Questo sono. E le parole che ho sulla lingua e dentro la scatola cranica, mi stanno strette, mi tolgono il fiato. Perché dovrei continuare a chiamare cielo quell’alto che mi sovrasta? O nuvola il bianco sflicacciato che ne interrompe il colore (ammesso che sia  colore il nome da dare al colore)?
Lo so. Voi mi guardereste con sguardo sghembo come per dire : Di che vai ciarlando, confusa creatura?
E allora io vi domanderei, con la freddezza pacata di chi non si aspetta risposte:
Ma davvero ignorate, signori? Davvero non v’accorgete di tutto l’assurdo, incomprensibile, impenetrabile, inesorabile che in ogni direzione ci ingabbia? Davvero trovate logiche le sedicenti logiche con cui cerchiamo d’afferrare il mondo? Davvero pensate che pronunciando cielo sarà della stessa cosa che parleremo? Che basterà chiedere pane per avere di che non morire? Che sarà dicendo insieme che non saremo più soli?
Ma sono solo parole. Non le sentite? P a r o l e. Scandibili, certo. Udibili, certo. Scrivibili e leggibili. Morfologia e Sintassi. Cantabili, persino. Dentro rime e assonanze. E consonanze. E ritmi.
Ma solo parole. E quando finirò di investirvi con le mie, sarà come se avessi usato le scarpe a guisa di guanti. Mi guarderete straniti. E in effetti è balorda una tipa che mette le mani dentro i mocassini.
Ma io, signori ,ho le mani nude, sapete? E i mocassini ben saldi ai piedi. Aggiustatevi gli occhi!
Ed aprite le orecchie, perché da domani, guardando in alto l’azzurrogrigio che ho sulla testa, dirò: Briciola. Anzi da oggi. E solo per oggi. Domani sceglierò un altro nome.
Cambiare, cambiare di continuo, si deve. ED IO VOGLIO. E senza una logica che logica appaia.

Ecco, questo vi direi.












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