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GEISHA






Un fruscìo di seta come un luogo e una sala da the  come un abito che gli serrava stretto il fiato. Erano inversioni ipnotiche del suo cuore.
C’era sempre una geisha in una sala da the: labbra dischiuse e sguardo liquido.
E quella volta era seduta al suo tavolo, accomodata nell’aria che respirava.
Lo guardava attraverso la tazza, con occhi imploranti di fumo al mandarino, incantandolo con dita d’arpeggio, dispiegate a giocare col vapore come se già lo sfiorassero.
Mani affusolate d’acrobazie non verbali, volate, nel pensiero, oltre l’ arancio della tovaglia, al di là dello sguardo immerso nella tazza di lui. Che l’avrebbe bevuto.
E così lui voleva che lei volesse. Essere bevuta, a piccoli sorsi. Con lunghe pause che la sfinissero.
Tendersi, come un arco, fino al punto di massima estensione e non accontentarsi delle apparenze. Individuarlo quel punto, con piccole devote verifiche. Con voli appena accennati e subito smessi.
E come lui voleva, così, lei avrebbe voluto. Perchè nessun uomo avrebbe capito al di fuori di quello, che aveva giocato con le formiche e sorriso tra i girasoli, come un sogno dentro un quadro di Van Gogh.
Perché riusciva a tracimare e a restringersi e non trepidava solo davanti ai suoi occhi ma anche dentro un’orma scolpita nella neve .
Perché sapeva pregare il profano e accarezzare il sacro e amava tutti gli ossimori, primo fra gli altri, la voce di lei, fredda e torbida, preludio di quanto l’avrebbe fatto sudare.
Già lo sapeva. Da quella prima sillaba. Lui lo sapeva.
No- gli aveva detto. E poi , accogliente come una schiera di sì, l’aveva seguito, dentro un abito il cui colore gli assediava la mente come  un nemico da annientare.
Doveva sconfiggerlo. E così lei avrebbe voluto perché lui lo voleva.
Prima ci avrebbe provato con le lusinghe, sfiorandone appena le sfumature più scure ai lati della cerniera che le correva lungo la schiena. Ma le cerniere s’inceppano spesso,sono mutevoli e capricciose, specie quando le si ama d’un amore effimero come quello. 
Così sarebbe stato necessario odiarlo un po’ di più quel colore. Violarne la perfezione del drappeggio con gesti più decisi.
E l’avrebbe fatto, distraendolo forse,dandogli l’impressione di guardare altrove. Magari immergendo gli occhi dentro i capelli della sua geisha, ancora caldi degli effluvi del the.
Ma se anche quello non fosse bastato, avrebbe cercato l’affondo senza esitare.
Già gli pareva di sentirlo lo strappo deciso che ne annullava il  rosso scarlatto con il bianco raggiunto della pelle di lei.
Era quello il colore che voleva raccontarle, quando sarebbero usciti da lì.
Il colore che lui voleva lei volesse.















Pubblicato il 9/1/2010 alle 9.26 nella rubrica amore ed eros.

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