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COSI' FAN TUTTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
Il giudice leone scandì i nome delle parti in causa.  
La volpe, un esemplare maschio non più giovane, poeta per gioco, s’alzò in piedi con baldanza malcelata. Madame Uva non si mosse.
-Si dia inizio al dibattimento- aggiunse poi- e con ruggito autorevole invitò il cane avvocato difensore ad abbaiare.
-Signor giudice, la qui presente madame Uva, sostiene, mentendo spudoratamente, che l’imputato mio assistito, la mattina d’un giorno del corrente anno, dopo averla agognata per lungo lungo tempo, abbia tentato di strapparla dal ramo, nonostante con succosa alterigia lei l’avesse respinto, e che lui , vistosi impossibilitato a farla sua, se la sia data a gambe dicendo con ghigno sprezzante, e in presenza di testimoni, “Tanto è acerba”, affermazione considerata falsa e lesiva della sua essenza vegetale, ritenuta appetibile e zuccherina. Ma trattasi d’un orribile e mendace teorema accusatorio ed in effetti…
-Cosa ha da dire a sua discolpa?- chiese il leone alla volpe, interrompendo il cane.
-Le cose  sono andate in modo diametralmente opposto a quello in cui madame Uva le riferisce- ribattè la volpe, dando inizio alla sua arringa personale poiché degli avvocati non aveva alcuna stima . 
Madame Uva s’era invaghita di me (sono tutte invaghite di me- pensò a voce alta e la coda ebbe un sussulto simile a quello d’un pavone che sta per fare la ruota) e voleva divorarmi in un sol boccone. Cosi io scappai a gambe levate dicendo: “E’ tanto acerba!”, frase, come gli animali della corte possono facilmente intuire, essendo quel "tanto" posposto così tanto diverso e così tanto stravolto da orecchie e bocche bestiali, che non aveva affatto il significato che mi si imputa. Era invece un modo per preservare la virtù d’un grappolo ancora troppo giovane, specie rispetto a me che ho già veduto tante lune calare e tante altre levarsi
-Ma come avrebbe potuto madame Uva scendere dal ramo, se sfornita di gambe. E soprattutto, come avrebbe divorato senza né bocca né denti?- chiese il giudice all’imputato
-Signor giudice, ha mai letto l’Ariosto? Io che modestamente ne ho avuto l’occasione, fra un pollaio e l’altro, (come avrei potuto altrimenti, vincer del tempo la crudeltà, nell’ attesa che amabili galline mi dedicassero l’ovale frutto loro?- Credette anche stavolta di pensare ma sentirono tutti e fu come se avesse declamato una delle sue poesie, tanto che le galline presenti, uscite per un giorno dall’harem della stia, fecero un ohhh di meraviglia ), posso garantirle che davvero ami  d'oro e d’argento e lacci vischiosi e nodi  le femmine sanno apparecchiare con le loro lusinghe . E come scrisse quel tale ( anche di musica un poco me ne intendo), così fan tutte. Pure le grappolesse.
ll giudice ascoltò con la criniera ritta.
-Si attenga ai fatti. Non siamo qui per ragionar di musica e poesia. Oblique divagazioni. Il diritto è diritto.
Poi fece cenno ai somari commessi di far sgomberare l’aula e si ritirò per deliberare.
Trascorse alcune ore, d’imprecisata natura aritmetica, una voce disse:
-Entra la Corte. In piedi. 
Poi tutti sedettero e fecero silenzio.
-I gravi indizi a carico dell’imputato e le testimonianze rese, hanno convinto questa Corte della sua colpevolezza. Pertanto…


Il resto non fu udito da chi mi raccontò la storia. Né alcuno seppe mai come le cose andarono veramente. Ragioni segrete  di volpi e grappolesse .
Morale:
Ariosto e Mozart servono ma non salvano e gli avvocati sono spesso dei cani.




Pubblicato il 15/7/2011 alle 12.32 nella rubrica racconti.

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