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ICARO, CARO.

 






 

Innamorarsi del nero perché il bianco è troppo abbagliante. E ciò che  scintilla spesso è scivoloso. Uno specchio, una lastra di ghiaccio, un brindolo di cristallo. Aveva ragione di ritenere che anche le stelle lo fossero. Altrimenti si sarebbero fatte contare. E invece slittavano via, fuori dagli occhi, lontano dall’indice che osava puntarle.
Un destino, quello umano, inchiodato alla terra. E ogni atto d’orgoglio, fuori da essa, prima o poi punito. 
Se solo Icaro avesse saputo. Se solo lei avesse capito per tempo quella storia. Se solo si fosse fidata dei maestri terrestri che gliela raccontarono, puntando l’indice verso di lei che non era una stella.
Ma come avrebbe potuto fidarsi di chi insegnava ammonendo, come se la vita contenesse già tutte le ragioni per non essere desiderata. 
Cos’era la voglia di vivere se non un volo, un traguardare il cielo? Anche la storia d’un fiore, d’un semplice fiore, era uno svettare dalla terra. Ed anche il più banale dei desideri uno sguardo che valicava se stesso.
Per questo scelse di non credere. Come un atto di fede. Una volontà devota verso tutto ciò che nessuno le avrebbe insegnato. 
E il cielo non si insegna. Lo si impara. Al solo scopo di disimpararlo.


 

 

 

 

 

 


 

 




 


 

Pubblicato il 9/9/2011 alle 2.1 nella rubrica io e me.

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