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VICINO AL CIELO, LONTANO DAL CIELO

 
 





A- E allora?
Z- Allora cosa?
A- Cosa accade quando la porta non si apre?
Z- Che sto male. Che altro, se no?
A- Male come?
Z- Come una sepolta viva. Basta a rendere l’idea?
A- E se la porta potesse aprirsi in qualunque momento ma fosse chiusa?
Z- Allora potrei restare dentro un tempo infinito. Che costrizione al chiuso è quella di chi può uscire quando vuole?. Guardi che siamo claustrofobi, non scemi.
A- Mi dia una definizione di claustrofobo.
Z- Un tale col culto fobico dello spazio medio.
A- E cioè?
Z- Uno che sta male nel piccolo e nell’immenso. Uno che ha bisogno dell’accoglienza. Di confini che non disperdano e che non costringano. Un prepotente che vuole ridisegnare lo spazio in modo da poter dire sempre la propria libertà. Le sembra abbastanza poetico?
A- Abbastanza
Z- Bene, sono contenta perché vuol dire che non è abbastanza medico. Vuole mettere la medicina con la poesia?
A- Forse. Ma tornando allo spazio. Lei dice immenso. Ma quella è agorafobia.
Z- E l’agorafobia cos’è se non l’altro linguaggio della claustrofobia?
A- Mi spieghi meglio, magari con un esempio.
Z- Se io mi trovassi in una piazza smisurata o al centro d’una distesa di sabbia sconfinata, sa cosa proverei? Mi sentirei accerchiata, soffocata dall’ incommensurabile, paralizzata dall’assenza di confini che sappiano proteggermi, evitando che mi si assottigli  l' attrazione terrestre. In altre parole lo spazio, in questo caso, minaccerebbe di trasformarmi in un palloncino ad elio che più chiede terra e più diventa una vertigine sospesa. Una condizione senza scelta. Una prigionia aerea.
A- Ma i palloncini amano il cielo.
Z- Affatto. I palloncini amano il filo che li trattiene, senza il quale finirebbero di essere palloncini e diventerebbero nei della volta celeste. Anzi sospiri dell’atmosfera. Un palloncino che sfugge di mano è raccapricciante, sa. Altro che farci una canzoncina. Ci vorrebbe un requiem. Una volta ho visto una mucca pezzata, stampigliata su un palloncino rosso, scappare via dalla presa d’un bambino e farsi sempre più piccola. Una dispersione ineludibile verso l’annullamento di sé.
A- Ma è solo una prospettiva, un punto di vista. Da qualche parte quella mucca ci sarà ancora, integra e orbitante.
Z- E che m’importa. Sparire dagli occhi è morire. Ma per capirlo la medicina non serve.
A-E cosa ci vuole?
Z- Un poeta. Claustrofobico, naturalmente.
A- E’ come dire che la claustrofobia la può capire solo un claustrofobo.
Z- Infatti è così. Questa è la mia idea. La regola che mi son data fin qui. Non ne ho mai parlato seriamente con chi non condividesse il disturbo.
A-Ma io non sono claustrofobo
Z- Lei non è neanche poeta, o sbaglio?
A- No, non sbaglia. E allora? Continuerà a venire?
Z- Certo .
A- E perché?
Z- Perché sarebbe un trasgredire la mia regola. E trasgredire è uno spazio medio. La regola soffoca. L’anarchia disperde. La disobbedienza accoglie.

(il piccolo timer del tavolo fa bip. Due volte)

A- A venerdì, allora
Z- A venerdì.












 

 





 





Pubblicato il 5/10/2011 alle 15.30 nella rubrica io e me.

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