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DIETRO UN CANCELLO CHIUSO





Le tue parole hanno fatto crac. Come foglie morte sotto i passi. Un rumore distinto eppure anonimo, disperso.
Che differenza può fare un crac? Gli ultimi svolazzi d’un arancio votato al niente. Piroette dissolventi.
Perché una morte di parole è pur sempre una morte. Un vuoto. Un freddo. Un’assenza.
Ma qualcosa testimonia il suono insulso: lo sguardo. Le virgolette peregrine d’un crac amano gli occhi e non le orecchie. E ci si infilano dentro, senza colmarli mai.
Perché una morte di parole è pur sempre una morte. Svuota, insulta, impoverisce. Non raggiunge. Non sana.
Così tu, cadavere predicatore,  resterai con una lingua inutile fra i denti, a rimestare l’aria con giravolte di macabra fierezza , quando l’ultima sillaba giacerà sull' asfalto inerte.
E la tua bocca sarà vuota, di cuore innanzitutto. Pulita e fiera d’un dire che non tesse. D’un abbraccio mai dato. Come vacca smunta.
Perché una morte di parole è senza eredi. E’ un raggio fiacco al confine del gelo, rasente la stagione in cui ogni crac sarà bruciato.
E se provo a intercettare tutta la morte che sei dentro i tuoi suoni, un non so che di triste e sporco m’investe.
Che modo sgangherato d’apparire morenti, hanno i morti viventi.



                                                                      Palermo, prima delle nove e dopo il nulla.




(Dedicato ai docenti che sguainano spade).









Pubblicato il 26/11/2013 alle 17.27 nella rubrica diario.

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